ISO 14067

L’impronta di carbonio di prodotto: come si calcola e si fa verificare

La ISO 14067 stabilisce come si calcola l’impronta di carbonio di un prodotto: le emissioni associate a un bene o a un servizio lungo il suo ciclo di vita, non quelle dell’organizzazione che lo produce. Non rilascia un certificato di sistema come la ISO 14001; produce un numero, verificato da un terzo indipendente.

Serve adesso per due ragioni: la stretta europea sulle asserzioni ambientali ha reso indifendibile ogni dichiarazione senza un calcolo alle spalle, e i clienti industriali cominciano a chiederla nei capitolati. La scelta che cambia tutto è il confine del sistema: dalla culla al cancello o dalla culla alla tomba non danno lo stesso risultato, e vanno decisi prima di raccogliere i dati.

Che cosa facciamo, in concreto

Non vi consegniamo un numero. Vi costruiamo un calcolo che regge la verifica di un terzo indipendente e che potete difendere davanti a un cliente che ve lo contesta. Su questa norma la differenza fra un lavoro serio e un esercizio di stile sta tutta nei dati: se sono vostri e sono tracciabili, l’impronta è solida; se sono medie di settore, alla prima domanda si sgretola.

Il nostro intervento, in sei passi
Passo 1Perimetro e obiettivoQuale prodotto, quale unità funzionale, quale confine del sistema. Lo decidiamo partendo da chi vi chiede il dato, non dalla teoria
Passo 2Raccolta dei dati primariConsumi, rese, scarti, trasporti, imballaggi. Andiamo a prenderli dove stanno davvero: contatori, gestionale, bolle
Passo 3Dati a monte e fornitoriChe cosa chiedere ai fornitori e che cosa si può prendere dalle banche dati senza indebolire il risultato
Passo 4Calcolo e allocazioniFattori di emissione, ripartizione fra prodotti della stessa linea, ogni scelta metodologica scritta e motivata
Passo 5Incertezza e revisioneQuanto regge il risultato e dove sta il margine di errore. È la parte che il verificatore guarda per prima
Passo 6Verifica e comunicazioneVi affianchiamo durante la verifica di parte terza e vi diciamo che cosa potete scrivere e che cosa no
Se avete già ISO 14001, EMAS o ISO 50001, partiamo dai dati che raccogliete di routine: è il modo per dimezzare il passo 2, che è il più lungo.

Che cos’è la ISO 14067

La ISO 14067:2018 è la norma internazionale che dice come si calcola e come si comunica l’impronta di carbonio di un prodotto, la CFP. Pubblicata nell’agosto 2018, si appoggia alle regole della valutazione del ciclo di vita contenute nella ISO 14040 e nella ISO 14044.

In parole semplici: prende un prodotto e conta quanti gas serra sono stati emessi per portarlo dall’estrazione delle materie prime fino alla fine della sua vita. Il risultato si esprime in chilogrammi di anidride carbonica equivalente per unità di prodotto.

La norma è oggi in revisione, ma il progetto è a uno stadio iniziale: l’edizione 2018 resta il riferimento su cui si lavora.

Non è una certificazione di sistema: è un numero verificato

Questo è il punto che genera più confusione, e vale la pena chiarirlo prima di tutto. Con la ISO 14001 vi certificate: un organismo verifica il vostro sistema di gestione ambientale e vi rilascia un certificato che dura tre anni.

Con la ISO 14067 no. Voi calcolate un numero seguendo le regole della norma, e quel numero viene poi verificato da una parte terza indipendente. Quello che ottenete non è un certificato di sistema, è un’attestazione che il calcolo è stato fatto bene e che il dato regge.

La differenza non è formale. Cambia che cosa potete scrivere sull’etichetta e nei documenti commerciali, e cambia il modo in cui il vostro cliente può usare quel dato nella sua rendicontazione.

Che cosa la distingue dalle norme vicine

Chi conta che cosa
ISO 14067Il prodottoConta le emissioni di un singolo prodotto lungo il suo ciclo di vita. Serve a rispondere ai clienti e al mercato.
ISO 14064-1L’organizzazioneConta le emissioni dell’azienda nel suo complesso, in un anno. Serve alla rendicontazione e agli obiettivi di riduzione.
ISO 14001Il sistemaNon conta emissioni: verifica che abbiate un sistema per gestire gli aspetti ambientali. È l’unica delle tre che dà un certificato di sistema.
Le tre cose non si sostituiscono e spesso convivono. Chi ha già la ISO 14001 ha però un vantaggio pratico: i dati di consumo e di processo sono già raccolti, ed è metà del lavoro.

Perché serve adesso: la stretta sulle asserzioni ambientali

C’è una ragione precisa per cui il tema è diventato urgente. Dal 27 settembre 2026 si applicano le regole della direttiva (UE) 2024/825, quella contro il greenwashing.

Cambia due cose che toccano chiunque scriva qualcosa di ambientale su un prodotto. Primo: le asserzioni generiche, del tipo ecologico, green o rispettoso del clima, non si possono più usare se non sono accompagnate da una dimostrazione chiara e specifica. Secondo: non si può più dichiarare un prodotto neutrale dal punto di vista climatico basandosi sulla sola compensazione, per esempio comprando crediti o piantando alberi.

Tradotto: le affermazioni ambientali vanno dimostrate con numeri, e i numeri vanno calcolati con un metodo riconosciuto e verificati da qualcuno di indipendente. È esattamente quello che fa la ISO 14067.

Chi ce la sta chiedendo, in concreto

Da dove arriva la richiesta
Clienti industrialiLa catena di fornituraLe grandi aziende che rendicontano le proprie emissioni indirette hanno bisogno del dato dei fornitori. Senza, lo stimano, e la stima è quasi sempre peggiore del reale.
AppaltiGare e criteri ambientaliSempre più bandi assegnano punteggio a chi documenta le prestazioni ambientali di prodotto con metodi riconosciuti.
MercatoComunicazione e marchiChi vuole comunicare in modo credibile, o costruire una dichiarazione ambientale di prodotto, parte da qui.

Come si fa, passo per passo

Il percorso è lineare, ma va fatto con ordine: la parte più delicata sono i dati, non i calcoli.

Le fasi del lavoro
PrimoDefinire l’oggettoQuale prodotto, quale unità funzionale, quali confini del sistema: dalla culla alla tomba oppure dalla culla al cancello dello stabilimento.
SecondoRaccogliere i datiConsumi, materie prime, trasporti, scarti, imballaggi. I dati primari, quelli vostri, valgono più delle banche dati.
TerzoCalcolareApplicare i fattori di emissione, gestire le allocazioni fra prodotti diversi della stessa linea, documentare ogni scelta metodologica.
QuartoAnalizzare l’incertezzaCapire quanto è solido il risultato e dove sta il margine di errore. È la parte che il verificatore guarda con più attenzione.
QuintoFar verificareUn organismo indipendente controlla dati, metodo e conclusioni e rilascia l’attestazione.
SestoComunicare beneDire che cosa il numero rappresenta e che cosa non rappresenta. Una comunicazione imprecisa vanifica un calcolo corretto.

Il confine del sistema: la scelta che cambia tutto

Un’impronta dalla culla alla tomba comprende anche l’uso e il fine vita del prodotto; una impronta parziale, tipicamente dalla culla al cancello, si ferma all’uscita dallo stabilimento.

Le due cose danno numeri completamente diversi e non sono confrontabili fra loro. È il motivo per cui due prodotti concorrenti possono esibire impronte molto distanti pur essendo simili: spesso non stanno misurando la stessa cosa. Se il vostro obiettivo è rispondere a un cliente industriale, l’impronta parziale è di solito quella giusta; se volete comunicare al consumatore, serve il ciclo completo.

Quanto tempo serve

Per un prodotto singolo, con processi chiari e dati di consumo già disponibili, servono tre-cinque mesi, verifica compresa. Per una famiglia di prodotti o per un processo con molte lavorazioni esterne si arriva facilmente a sei-nove mesi, perché il tempo se lo prendono i fornitori a cui bisogna chiedere dati che non hanno mai raccolto.

Il consiglio pratico: partite da un solo prodotto, quello più rappresentativo o quello che vi stanno chiedendo. Fatto il primo, il secondo costa una frazione, perché il metodo e le fonti dati sono già impostati.

Quanto costa

Il costo si compone di due voci separate, e conviene tenerle distinte fin dal preventivo: la consulenza, cioè il lavoro per costruire il calcolo, e la verifica, cioè le giornate che l’organismo indipendente fattura per validare il risultato. La seconda non passa da noi.

Sulla prima voce il peso lo fanno tre cose: quanti prodotti volete misurare, quanta parte della filiera è vostra e quindi quanti dati dovete chiedere ad altri, e quanti dati primari esistono già in azienda. Chi ha contatori divisi per reparto e un gestionale che lega lotti e consumi parte con metà del lavoro fatto. Abbiamo spiegato per esteso come si forma il prezzo nella pagina dedicata ai costi, con lo stesso metodo che usiamo per fare i preventivi.

Gli errori che allungano i tempi

Sono sempre gli stessi quattro. Partire dal numero invece che dalla domanda: prima si stabilisce a chi serve il dato e per farci cosa, poi si sceglie il confine del sistema. Farlo al contrario significa quasi sempre rifare il calcolo.

Scegliere il confine per comodità: fermarsi al cancello dello stabilimento perché i dati a valle sono scomodi da raccogliere produce un numero che il cliente non può usare.

Costruire tutto su medie di settore: è veloce e in verifica non regge. I dati sui vostri processi devono essere i vostri.

Comunicare male un calcolo corretto: è l’errore più costoso, perché vanifica mesi di lavoro. Dal 27 settembre 2026 una dichiarazione di neutralità climatica basata sulla sola compensazione è vietata nella comunicazione al consumatore, e un’affermazione generica senza prove è considerata ingannevole.

Dove operiamo

Seguiamo i progetti dalle nostre quattro sedi — Milano, Bologna, Roma e Brescia — e lavoriamo su tutto il territorio nazionale, in presenza per le fasi che lo richiedono e da remoto per il resto. Sui progetti multi-sito coordiniamo l’intero perimetro con un unico riferimento.

Domande frequenti

Possiamo dire che il nostro prodotto è a impatto zero?
No, se il conto torna solo grazie alla compensazione. Dal 27 settembre 2026 le dichiarazioni di neutralità climatica basate sul solo acquisto di crediti sono vietate nella comunicazione al consumatore. Si può invece dire quanto si è ridotto, e dimostrarlo.

Che differenza c’è con una EPD?
La dichiarazione ambientale di prodotto è un documento più ampio, che comunica diversi indicatori ambientali secondo regole di categoria specifiche. La ISO 14067 riguarda solo il clima. Spesso però il lavoro fatto per l’una serve anche per l’altra.

I dati li possiamo prendere dalle banche dati?
In parte sì, per i processi a monte che non controllate. Ma sui vostri processi servono dati primari: un’impronta costruita quasi tutta su medie di settore è debole, e in verifica si vede.

Quanto dura il risultato?
Fino a quando non cambia qualcosa di rilevante: fornitori, formulazione, processo, energia acquistata. In pratica va riesaminato con regolarità, e comunque va rifatto se cambiate mix energetico o materie prime.

Serve anche se non comunichiamo nulla al pubblico?
Sempre più spesso sì, perché ve lo chiede il cliente industriale per la propria rendicontazione. In quel caso non è marketing, è un requisito di fornitura.

Vi serve la ISO 14067?

Diteci quale prodotto dovete misurare e chi ve lo sta chiedendo: vi diciamo quale confine del sistema vi serve, quali dati vi mancano davvero e in quanto tempo si arriva a un numero verificabile.

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Quanto costa certificarsi: come si forma il prezzo

Perché Emmess su questa norma

  • Partiamo dalla domanda giusta: a chi serve il numero. Il confine del sistema si sceglie in base a quello, non al contrario.
  • Lavoriamo sui dati primari: consumi, rese, scarti, trasporti. È lì che un’impronta diventa difendibile.
  • Se avete già ISO 14001, EMAS o ISO 50001, riusiamo i dati che raccogliete già invece di ricominciare da capo.
  • Vi diciamo che cosa potete scrivere e che cosa no, alla luce delle nuove regole sulle asserzioni ambientali.

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