Un piano ESG quasi nessuno decide di farlo da solo. Lo si comincia perché qualcuno l'ha chiesto: la banca, al rinnovo dell'affidamento; un cliente importante, che deve rendicontare la propria catena del valore e vuole sapere dove state andando; un bando, che assegna punteggio a impegni ambientali e sociali purché documentati. Sul capitolo energia gli impegni si mantengono più facilmente affidandosi a una ESCo certificata UNI CEI 11352, che dei risparmi promessi risponde per contratto.
La risposta istintiva è cercare qualcuno che scriva un documento. È il modo più rapido per ritrovarsi, dodici mesi dopo, con un fascicolo che nessuno in azienda ha mai aperto e con gli stessi obiettivi di partenza, perché nessuno sapeva chi doveva misurarli.
Questa pagina spiega l'altra strada: che cos'è davvero un piano ESG, che cosa ci finisce dentro in un'azienda italiana, come si fissa un obiettivo dimostrabile e come si misura se sta funzionando.
Un piano ESG non si certifica. Non esiste una norma internazionale certificabile che si chiami «ESG», non esiste uno schema accreditato con quel nome, e nessun organismo accreditato può emettere un certificato su un piano ESG.
Quando l'ISO ha affrontato il tema, nel novembre 2024, ha pubblicato l'IWA 48:2024, Framework for implementing environmental, social and governance (ESG) principles: un International Workshop Agreement, cioè un documento di indirizzo che rimanda ad altre norme ISO. L'ISO stessa precisa che non è un quadro di rendicontazione ESG.
Si certificano i sistemi di gestione dei singoli temi — ambiente, energia, sicurezza, parità di genere, responsabilità sociale, anticorruzione. Si verifica un inventario di gas serra. Si attesta una rendicontazione. Il piano, no: il piano si approva, si attua e si misura. Chi vi propone «la certificazione del piano ESG» vi vende un attestato privato.
Che cos'è un piano ESG
È il documento con cui la direzione decide, per un orizzonte dichiarato, quali temi ambientali, sociali e di governance intende governare, quali obiettivi misurabili si dà su ciascuno, con quali azioni, risorse e responsabili, e con quali indicatori verificherà se sta arrivando dove ha detto. Non è un'analisi, non è un rendiconto, non è una brochure: è una delibera con dentro dei numeri e delle date.
La sigla non nasce nel mondo della qualità né in quello della comunicazione. Compare nel 2004 in «Who Cares Wins», rapporto nato da un invito rivolto alle grandi istituzioni finanziarie dall'allora segretario generale delle Nazioni Unite Kofi Annan e sottoscritto da una ventina fra banche e assicurazioni. Gli autori scrivono di aver evitato di proposito la parola sostenibilità, per non trascinarsi dietro i malintesi che già allora portava.
ESG nasce quindi come lessico di chi investe e di chi presta denaro: i fattori non finanziari che, su un orizzonte lungo, influenzano il valore di un'impresa. È la ragione per cui la richiesta vi arriva dalla banca e da un ufficio acquisti, non da un ispettore. Ed è la ragione per cui un piano scritto in linguaggio pubblicitario non funziona: chi lo legge cerca dati, orizzonti e responsabilità.
Il piano ESG decide dove andare. È prospettico, volontario, lo approva la direzione e vive dentro l'azienda.
Il bilancio di sostenibilità racconta dove si è arrivati. È retrospettivo, si costruisce su dati storici e su un indice di contenuti, e serve a essere letto da fuori: ne parliamo nella pagina dedicata al bilancio di sostenibilità.
La rendicontazione societaria di sostenibilità è un obbligo di legge, per pochi. Ha soglie dimensionali, standard imposti e un'attestazione da parte di un soggetto abilitato: se vi riguardi o no lo dice la pagina sulla rendicontazione CSRD.
Le tre cose si tengono ma non si sostituiscono: un piano senza rendiconto resta una promessa, un rendiconto senza piano è una fotografia di cui nessuno risponde. Il quadro completo di che cosa è obbligatorio e che cosa no sta nella pagina madre, consulenza sostenibilità.
La E: l'ambiente, in un'azienda che produce o eroga servizi
È la lettera più facile da riempire male, perché la tentazione è scrivere «riduzione dell'impatto ambientale» e passare oltre. In un'azienda vera i temi sono pochi e molto concreti.
- Energia. Consumi elettrici e termici, autoproduzione da fotovoltaico, efficienza di aria compressa, climatizzazione e illuminazione dei capannoni. È il tema con i dati migliori: le bollette esistono già e sono mensili.
- Emissioni di gas serra. Quelle dirette di impianti e mezzi, quelle dell'energia acquistata e, quando il cliente lo chiede, quelle a monte e a valle. Si quantificano secondo la ISO 14064-1, che dà al numero un perimetro e un anno di riferimento dichiarati.
- Rifiuti e scarti. Quantità per codice e quota avviata a recupero. In molte lavorazioni meccaniche la voce che pesa è lo sfrido: ridurlo è un obiettivo ambientale e un risparmio insieme.
- Acqua, materiali, imballaggi. L'acqua conta davvero solo in alcune filiere — alimentare, tessile, galvanica, cosmetica — dove prelievi e scarichi sono già autorizzati e misurati. Contenuto di riciclato e sostituzione di sostanze pericolose pesano nel manifatturiero e quasi nulla nei servizi: un piano onesto dice anche quali temi non sono rilevanti.
Chi ha già una ISO 14001 questo lavoro lo ha fatto: l'analisi degli aspetti ambientali significativi è esattamente la selezione dei temi della E, aggiornata ogni anno e già guardata da un terzo.
La S: le persone, dentro l'azienda e lungo la catena
È la lettera che in Italia produce i dati migliori, perché molti obblighi di legge sul lavoro generano registrazioni che nessuno aveva pensato di usare come indicatori.
- Salute e sicurezza. Infortuni, mancati infortuni, indici di frequenza e gravità, formazione erogata. Il dato esiste già per legge: manca chi lo legga come tendenza invece che come adempimento.
- Occupazione e stabilità. Composizione dell'organico, contratti a termine, anzianità media, turnover volontario — indicatore che le banche guardano e che quasi nessuna PMI calcola.
- Parità e inclusione. Divario retributivo per genere, presenza femminile nei ruoli di responsabilità, rientri dopo la maternità. La UNI/PdR 125 ha già codificato sei aree di valutazione con i relativi indicatori e un punteggio di sintesi minimo del 60%: chi l'ha presa ha un pezzo di piano sociale già misurato.
- Competenze e catena di fornitura. Ore di formazione pro capite e passaggio generazionale sulle competenze tecniche, che nel manifatturiero italiano sono spesso il rischio meno presidiato; e qualifica dei fornitori su criteri sociali, condizioni di lavoro negli appalti e nel lavoro presso terzi — la parte che SA8000 e PAS 24000 governano in modo strutturato.
La G: la governance, la lettera che tiene in piedi le altre due
Viene saltata quasi sempre, e decide se il piano vive o muore. In una PMI la governance è la risposta a una domanda pratica: chi decide che cosa, e chi risponde se non si fa.
- Deleghe e poteri di spesa. Un obiettivo assegnato a chi non può autorizzare l'investimento che lo realizza è un obiettivo già mancato.
- Etica degli affari e anticorruzione. Codice etico applicato davvero, rapporti con la pubblica amministrazione, conflitti di interesse, canale di segnalazione. La ISO 37001 e il modello organizzativo 231 danno a questa parte una struttura che regge alle domande di un questionario.
- Sicurezza delle informazioni e continuità. Nei questionari dei clienti industriali le domande sulla protezione dei dati e sulla capacità di continuare a consegnare stanno sotto la G, non sotto una voce informatica.
- Gestione del piano stesso. Chi porta i dati, con quale frequenza si riesamina, che cosa succede quando un obiettivo va fuori rotta. Con una ISO 9001 attiva questa parte esiste già e si chiama riesame di direzione: il piano si aggancia lì, e non si crea una seconda riunione.
L'analisi di materialità: il punto in cui quasi tutti sbagliano
Prima degli obiettivi bisogna decidere su quali temi fissarli: un piano che tratta quindici temi con lo stesso peso non è un piano, è un elenco. Il procedimento si chiama analisi di materialità, dove «materiale» significa rilevante al punto da meritare una decisione. Le prospettive sono due:
- Materialità d'impatto — quanto l'impresa incide, in positivo o in negativo, sulle persone e sull'ambiente. È la prospettiva degli standard GRI, costruiti attorno agli impatti dell'organizzazione su economia, ambiente e persone.
- Materialità finanziaria — quanto un tema di sostenibilità incide su costi, ricavi e accesso al credito dell'impresa. È la prospettiva degli standard ISSB (IFRS S1 e S2) e, non a caso, quella che ha in testa la vostra banca.
La doppia materialità è l'esercizio che le tiene insieme: si valuta ogni tema da entrambe le prospettive e lo si considera materiale se lo è da almeno una delle due. Qui arriva la parte che quasi tutti i siti raccontano male.
È il metodo imposto dagli ESRS, gli standard europei di rendicontazione adottati con il regolamento delegato (UE) 2023/2772: vale quindi per chi rientra nell'obbligo di rendicontazione, una platea molto ristretta. Le soglie sono nella pagina sulla rendicontazione CSRD.
Fuori da quel perimetro nessuna norma vi obbliga a una doppia materialità. Lo standard volontario europeo per le PMI non quotate — il VSME, adottato con la raccomandazione (UE) 2025/1710 del 30 luglio 2025 — nel modulo base non richiede alcuna analisi di materialità. Chi vende a una PMI di trenta persone un progetto di doppia materialità con matrici e questionari le sta vendendo lo strumento di un'impresa da mille dipendenti.
L'analisi va quindi proporzionata. In un'azienda media si arriva a una selezione difendibile mettendo attorno a un tavolo direzione, produzione, personale, acquisti e commerciale, partendo da ciò che già sapete — aspetti ambientali significativi, rischi per la sicurezza, temi che ricorrono nei questionari dei clienti — e chiedendovi due cose sole: quanto pesiamo su questo tema e quanto questo tema pesa su di noi. Non conta la matrice: conta che la scelta sia scritta, motivata e datata.
Un impegno non è un obiettivo
È la distinzione da cui dipende tutto il resto, e si riconosce a occhio nudo.
| Impegno | Obiettivo verificabile | |
|---|---|---|
| Come suona | «Ridurremo il nostro impatto ambientale» | «Ridurre del 15% i kWh per unità prodotta entro il 31.12.2029, rispetto al 2026» |
| Base di partenza | assente | un anno di riferimento con un valore misurato |
| Scadenza | assente o generica | una data, con tappe intermedie |
| Indicatore | assente | definito, con la formula di calcolo |
| Fonte del dato | assente | un documento che esiste già, con un proprietario |
| Chi risponde | nessuno | una funzione, con delega e budget |
La struttura non è un'invenzione da consulenti: è quella che le norme di sistema chiedono da anni. La ISO 14001 e la ISO 45001, al punto 6.2, vogliono obiettivi coerenti con la politica, misurabili ove fattibile, monitorati e aggiornati, e per ciascuno chiedono che cosa sarà fatto, con quali risorse, chi ne è responsabile, entro quando e come si valuteranno i risultati. La ISO 50001 aggiunge il pezzo che manca quasi sempre: la baseline energetica e gli indicatori di prestazione energetica. Senza una base di partenza, una percentuale di riduzione non vuol dire nulla.
Molti piani nominano la Science Based Targets initiative. La SBTi valida obiettivi: non certifica aziende e non attesta che un prodotto sia neutro. I suoi obiettivi di breve periodo coprono un arco dichiarato di cinque-dieci anni, quelli di lungo periodo puntano allo zero netto entro il 2050 o prima, e la valutazione è un servizio a pagamento di un'iniziativa privata. Aderirvi è legittimo; spacciarlo per una certificazione accreditata no.
Obiettivi tipo, con l'indicatore e la fonte del dato
Obiettivi ricorrenti nei piani delle imprese italiane, con l'indicatore che li rende dimostrabili e il documento da cui il dato si estrae. Percentuali e anni sono esempi di formulazione, non traguardi che vi suggeriamo: la misura giusta si decide guardando la vostra base di partenza.
| Obiettivo, formulato in modo verificabile | Indicatore | Dove sta già il dato | |
|---|---|---|---|
| E | Ridurre del X% il consumo elettrico per unità prodotta entro il 2029, rispetto al 2026 | kWh / unità prodotta | Fatture e contatori · produzione dal gestionale · baseline ISO 50001 |
| E | Quantificare l'inventario dei gas serra e ridurre del X% le emissioni dirette e da energia importata entro il 2030 | tonnellate di CO2 equivalente per categoria | Inventario secondo ISO 14064-1, con perimetro e anno dichiarati |
| E | Portare al X% la quota di rifiuti avviati a recupero | kg a recupero / kg totali prodotti | Registri di carico e scarico, formulari, MUD |
| E | Coprire il X% del fabbisogno elettrico con autoproduzione o energia rinnovabile documentata | kWh autoprodotti o coperti da garanzia d'origine / kWh totali | Contatori di produzione · contratto di fornitura e garanzie d'origine |
| S | Ridurre del X% l'indice di frequenza degli infortuni entro il 2029 | infortuni × 1.000.000 / ore lavorate | Registro infortuni, denunce, ore dalle paghe |
| S | Raggiungere il punteggio minimo previsto dalla UNI/PdR 125 | punteggio di sintesi sui KPI delle sei aree (soglia 60%) | Dati del personale: retribuzioni, promozioni, congedi, selezioni |
| S | Ridurre il turnover volontario sotto il X% | dimissioni volontarie / organico medio | Comunicazioni obbligatorie e libro unico |
| S | Qualificare il X% del valore acquistato su criteri ambientali e sociali | € da fornitori qualificati / € totali | Anagrafica fornitori e questionari di qualifica |
| G | Formare sull'anticorruzione il 100% delle funzioni a rischio entro il 2027 | % funzioni a rischio formate | Analisi del rischio corruttivo e registri di formazione |
| G | Trattare il 100% delle segnalazioni entro i termini procedurali | segnalazioni chiuse nei termini / ricevute | Registro del canale di segnalazione |
Guardate la colonna di destra: quasi tutti i dati esistono già. Non sono mancanti, sono sparsi — in amministrazione, in produzione, dal consulente del lavoro, nel gestionale. Il lavoro non è inventare un sistema di misura: è decidere chi è il proprietario di ciascun dato e con quale cadenza lo consegna.
Il piano non si costruisce da zero: si costruisce su ciò che avete già
Se in azienda c'è anche una sola certificazione attiva, metà del piano è già scritta — e, cosa che vale di più, è già stata guardata da un auditor esterno.
| Se avete già | Che cosa portate dentro al piano, già pronto |
|---|---|
| ISO 14001 | Aspetti ambientali significativi — cioè la selezione dei temi della E — obiettivi già nel formato del punto 6.2 e monitoraggio in essere |
| ISO 50001 | Baseline energetica e indicatori di prestazione: la parte più misurabile della E, con una serie storica già costruita |
| ISO 14064-1 | Il numero da cui parte qualunque obiettivo climatico, con perimetro e anno verificati da un organismo accreditato |
| ISO 45001 | Indicatori infortunistici, valutazione dei rischi, obiettivi già strutturati: l'ossatura della S |
| UNI/PdR 125 | Sei aree, i relativi KPI e un punteggio già calcolato: un pezzo di piano sociale con obiettivi e misure già dentro |
| SA8000 o PAS 24000 | La S estesa alla catena di fornitura: qualifica dei fornitori, gestione dei reclami, coinvolgimento dei lavoratori |
| ISO 37001 | Analisi del rischio corruttivo, canale di segnalazione, formazione: la G, già documentata |
| ISO 9001 | Il meccanismo che tiene in vita il piano: gestione degli obiettivi, audit interni, riesame di direzione, azioni sulle non conformità |
Le certificazioni non «valgono» come piano ESG e non lo sostituiscono. Il punto è un altro: ci mettono dentro dati già verificati, e un piano fatto di dati verificati è l'unico che regge alla seconda domanda di un ufficio acquisti. L'elenco completo degli schemi è nella pagina tutte le certificazioni.
Come si arriva a un piano approvato
L'ordine conta più del contenuto: quasi tutti i piani che falliscono hanno saltato uno dei primi tre passi.
- Ricerca di bandi e finanziamenti. Prima di ogni altra cosa verifichiamo, gratuitamente, quali bandi, contributi e forme di finanziamento a fondo perduto sono disponibili per il vostro progetto. Va fatto per primo perché può cambiare la convenienza dell'intera operazione, e perché molte scadenze non aspettano.
- Leggiamo la richiesta che avete ricevuto. Questionario, lettera della banca o disciplinare di gara: dice già quali temi vi verranno chiesti e in che formato.
- Inventario di quello che c'è già. Certificazioni, dati di consumo, registri, politiche del personale, codice etico, valutazioni dei rischi: manca quasi sempre meno del previsto.
- Selezione dei temi, con l'analisi di materialità proporzionata all'azienda e la motivazione scritta di che cosa entra e che cosa resta fuori.
- Base di partenza. Per ogni tema che diventerà obiettivo si fissa un anno di riferimento e si misura il valore di quell'anno. È il passo più lento e il meno comprimibile: i dati storici o ci sono o vanno ricostruiti.
- Obiettivi, indicatori, proprietari, azioni. Ogni obiettivo esce da qui con quantità, scadenza, tappe intermedie, formula dell'indicatore, fonte del dato, funzione responsabile e un'azione dotata di budget. Un obiettivo senza azione è un desiderio.
- Approvazione della direzione, con delibera datata e firmata. È ciò che distingue un piano da una presentazione, ed è il documento che la banca chiede di vedere.
- Monitoraggio agganciato a ciò che esiste. Il piano si riesamina nella riunione che già fate, con gli stessi verbali: creare un secondo circuito di riunioni è il modo più sicuro per farlo morire. Solo alla fine si decide se e come raccontarlo.
La scrittura in sé è breve: il vincolo è il quinto passo, la ricostruzione dell'anno di riferimento. Se il piano nasce insieme a un progetto di certificazione — il caso più frequente — per un'azienda di dimensioni medie con una ISO 9001 già attiva servono dai quattro ai sei mesi per arrivare al certificato.
Rating ESG: avere un piano non è prendere un buon punteggio
Un rating ESG è un parere o un punteggio prodotto da un fornitore privato che applica una propria metodologia a informazioni prevalentemente pubbliche. Dal 2 luglio 2026 quell'attività è regolata: il regolamento (UE) 2024/3005 impone a chi emette rating ESG nell'Unione di essere autorizzato e vigilato dall'ESMA, di pubblicare metodologie, modelli, ipotesi e limiti, e di dichiarare se il rating misura il rischio finanziario derivante dai fattori ESG, l'impatto dell'impresa su persone e ambiente, oppure entrambi. Se il rating è aggregato va esplicitata la ponderazione della E, della S e della G.
L'obbligo di dichiararlo spiega perché fornitori diversi danno alla stessa azienda punteggi diversi: non sbagliano i conti, rispondono a domande differenti, con pesi e fonti differenti. Chi misura il rischio finanziario e chi misura l'impatto ambientale non possono arrivare allo stesso numero.
Il regolamento disciplina chi il rating lo produce, non chi lo riceve: non introduce obblighi per le imprese valutate e non trasforma un punteggio in una certificazione. Riconosce però all'impresa la possibilità di accedere ai dati usati e di segnalare errori materiali — diritto che conviene esercitare, perché molti punteggi bassi dipendono da informazioni mancanti, non da prestazioni scadenti.
Un piano serio non garantisce un buon punteggio, e un buon punteggio non dimostra un piano. Chi ha obiettivi solidi e non pubblica nulla può ricevere una valutazione mediocre; chi pubblica molto e decide poco può riceverne una lusinghiera. Se un cliente vi impone un punteggio minimo su una piattaforma, quella è una condizione contrattuale privata: si negozia, e spesso si soddisfa meglio consegnando i dati che comprando un abbonamento.
Perché la richiesta arriva dalla banca
Non è una moda commerciale, è un obbligo di vigilanza che scende lungo la filiera del credito. Gli orientamenti dell'Autorità bancaria europea sulla gestione dei rischi ESG (EBA/GL/2025/01), pubblicati il 9 gennaio 2025 in attuazione della direttiva sui requisiti patrimoniali, si applicano agli enti creditizi dall'11 gennaio 2026 e dall'11 gennaio 2027 per gli enti di piccole dimensioni e non complessi. Chiedono alle banche di identificare, misurare e gestire i rischi ambientali, sociali e di governance dei portafogli, di dotarsi di piani per reggere la transizione nel breve, medio e lungo periodo, e — il punto che vi riguarda — di raccogliere informazioni ESG dalle controparti affidate.
L'obbligo è loro, il questionario è vostro. Ed è il motivo per cui un piano con obiettivi datati e un responsabile con nome e cognome vale, in istruttoria, molto più di una dichiarazione di intenti: è l'unico formato utilizzabile.
Bandi e finanza agevolata: conviene guardarli prima
Un numero crescente di bandi camerali e regionali finanzia i percorsi ESG o assegna punteggio a impegni ambientali e sociali purché documentati: un impegno generico non prende punti, un obiettivo con indicatore e scadenza sì. Lo stesso vale nei capitolati pubblici, dove i criteri premianti chiedono evidenze e non dichiarazioni. La ricerca dei bandi aperti per la vostra regione, dimensione e settore la facciamo noi, gratuitamente e prima di iniziare. Non promettiamo l'esito: l'ammissione dipende dal bando e dalla graduatoria, e lo diciamo prima e non dopo.
Un obiettivo non dimostrabile è un rischio legale
Fino a ieri un piano con impegni vaghi era un problema di credibilità. Da settembre 2026 può diventare un problema con l'autorità antitrust. La direttiva (UE) 2024/825 è stata recepita con il decreto legislativo 20 febbraio 2026, n. 30, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 9 marzo 2026, in vigore dal 24 marzo 2026 e con le nuove disposizioni applicabili dal 27 settembre 2026. Modifica il Codice del consumo, quindi opera sulle pratiche commerciali rivolte ai consumatori, e l'autorità che interviene è l'AGCM.
La disciplina europea considera ingannevole un'asserzione sulla prestazione ambientale futura che non sia sorretta da impegni chiari, oggettivi, pubblicamente disponibili e verificabili, contenuti in un piano di attuazione dettagliato e realistico, con obiettivi misurabili e datati e con l'indicazione delle risorse destinate ad attuarli, sottoposto a verifica periodica di un terzo indipendente le cui conclusioni siano messe a disposizione dei consumatori.
È la prima volta che una norma descrive che aspetto deve avere un piano credibile. Non rende obbligatorio averne uno: rende rischioso dichiararne uno che non c'è. Vietati anche i marchi di sostenibilità non fondati su un sistema di certificazione o non istituiti da un'autorità pubblica — un altro motivo per non comprare attestati privati sul «piano ESG certificato».
In pratica: se un obiettivo del vostro piano finirà su un'etichetta, in un catalogo o sul sito, deve reggere quel livello di prova. Se non regge, si tiene l'obiettivo e si toglie la comunicazione — non il contrario.
Gli errori tipici, e quando si vedono
Non sono errori di scrittura ma di impostazione, e si manifestano tutti al secondo anno, quando chi ha scritto il piano non c'è più.
- Obiettivi senza indicatore. «Migliorare l'efficienza energetica» non è verificabile: nessuno potrà mai dire se è stato raggiunto.
- Indicatori senza proprietario del dato. Il difetto più frequente e il più sottovalutato: la formula c'è, ma nessuno ha il compito di produrre il numero. Il piano si ferma il giorno in cui va aggiornato.
- Impegni al 2030 senza tappe intermedie. Un traguardo a sei anni senza controlli annuali non è governabile: nessuno se ne occupa per cinque anni e al sesto non è recuperabile. Le tappe intermedie servono a chi resta.
- Il piano scritto da fuori che nessuno in azienda ha mai letto. Si riconosce da due segni: parla di funzioni che non esistono e nomina temi che non c'entrano con quello che fate. Al primo questionario si scopre che chi dovrebbe rispondere non sa di avere un obiettivo.
- La base di partenza scelta dopo. Fissare l'anno di riferimento scegliendo quello con i consumi più alti fa apparire miglioramenti che non ci sono: un verificatore lo riconosce subito, e ne va la credibilità di tutto il resto.
- Promettere ciò che non controllate. Obiettivi sulle emissioni dei fornitori si possono porre, ma vanno accompagnati dal come — qualifica, contratti, raccolta dati — altrimenti sono trasferimenti di responsabilità.
Quanto costa un piano ESG
Non pubblichiamo listini, e qui meno che altrove: fra un piano costruito su un'azienda già certificata e uno che parte senza alcuna serie storica c'è una differenza che non si stima da fuori. La voce che pesa è sempre la stessa: quanto materiale esiste già.
Come si forma il prezzo, quali voci non dipendono da noi e come si legge un preventivo lo abbiamo scritto per esteso in quanto costa certificarsi. Per un numero riferito al vostro caso, il modo più rapido è richiedere un preventivo allegando il questionario, la richiesta della banca o il disciplinare che avete ricevuto: quel documento dice più di qualunque telefonata.
Come lavoriamo
Non arriviamo con un piano già scritto da intestare alla vostra azienda. Veniamo a vedere come lavorate, prendiamo dati, procedure e certificazioni che avete già e costruiamo il piano su quelli: è l'unico modo perché al secondo anno si aggiorni da solo, dentro le riunioni che già fate.
Vi diciamo anche che cosa non serve: se un tema non è rilevante resta fuori e scriviamo perché; se una certificazione non vi porta nulla, ve lo diciamo. E non percepiamo alcun compenso da nessun organismo di certificazione: l'intermediazione la facciamo, non la fatturiamo.
Domande frequenti
Un piano ESG è obbligatorio?
No. Nessuna legge italiana impone di avere un piano ESG. Esiste un obbligo di rendicontazione di sostenibilità, che riguarda una platea molto ristretta di grandi imprese ed è un'altra cosa: lo spiega la pagina sulla rendicontazione CSRD. Il piano è volontario: lo chiedono clienti, banche e bandi, non un ispettore.
Che differenza c'è fra piano ESG e bilancio di sostenibilità?
Il piano guarda avanti e decide dove andare: temi, obiettivi, indicatori, responsabili, scadenze. Il bilancio guarda indietro e racconta dove si è arrivati, con dati storici. Servono l'uno all'altro, ma sono documenti distinti e il piano viene prima. Il secondo è trattato nella pagina sul bilancio di sostenibilità.
Un piano ESG si può certificare?
No, ed è l'equivoco più diffuso. Non esiste una norma certificabile che si chiami «ESG»: il documento ISO dedicato al tema è l'IWA 48:2024, un International Workshop Agreement di indirizzo. Si certificano i sistemi di gestione dei singoli temi, si verifica un inventario di gas serra, si attesta una rendicontazione. Un attestato che dichiara «piano ESG certificato» non ha accreditamento dietro.
Serve per la banca?
Nella pratica sì, sempre più spesso, ma non perché una legge lo imponga a voi. Gli orientamenti EBA/GL/2025/01 si applicano agli enti creditizi dall'11 gennaio 2026 — dall'11 gennaio 2027 per quelli piccoli e non complessi — e obbligano le banche a misurare i rischi ESG dei portafogli raccogliendo informazioni dalle controparti affidate. L'obbligo è della banca, l'istruttoria arriva a voi: un piano con obiettivi datati, indicatori e un responsabile è il formato che quell'istruttoria può usare.
Devo fare un'analisi di doppia materialità?
Solo se rientrate nell'obbligo di rendicontazione: è il metodo imposto dagli ESRS, adottati con il regolamento delegato (UE) 2023/2772. Fuori da quel perimetro nessuna norma la richiede, e il modulo base del VSME — raccomandazione (UE) 2025/1710 — non prevede alcuna analisi di materialità. Scegliere i temi con un criterio scritto serve comunque, sempre.
Un piano ESG mi fa alzare il rating ESG?
Non automaticamente, e nessuno può garantirvelo. Il rating lo produce un fornitore privato con la propria metodologia, ed è per questo che fornitori diversi danno punteggi diversi alla stessa impresa: alcuni misurano il rischio finanziario, altri l'impatto. Dal 2 luglio 2026 il regolamento (UE) 2024/3005 obbliga chi emette rating a farsi autorizzare dall'ESMA e a pubblicare metodologie e ponderazioni, e riconosce all'impresa valutata il diritto di accedere ai dati usati e segnalare errori materiali.
Quanto costa un piano ESG?
Dipende quasi solo da quanto materiale esiste già in azienda. Come si forma il prezzo, quali voci non dipendono da noi e come si legge un preventivo lo spieghiamo in quanto costa certificarsi. Per un numero riferito al vostro caso bastano una mezz'ora di conversazione e il documento che avete ricevuto.
Esistono contributi o finanziamenti per certificarsi?
Sì, e capita spesso che coprano una parte rilevante della spesa, fra bandi camerali, misure regionali e fondi interprofessionali per la parte formativa. La ricerca la facciamo noi, gratuitamente e prima di iniziare. Non promettiamo l'esito: l'ammissione dipende dal bando e dalla graduatoria, e questo lo diciamo prima e non dopo.
Vi hanno chiesto un piano ESG?
Mandateci il questionario del cliente, la richiesta della banca o il disciplinare di gara, e diteci quali certificazioni avete già: vi diciamo che cosa serve davvero e che cosa avete già in casa. La prima analisi non ha alcun costo e non vi impegna a nulla.
Lascia il tuo numero:
ti richiamiamo subito.
Oppure chiamaci ora: 02 4975 8283
In sintesi
- Il piano ESG è volontario: nessuna legge italiana lo impone
- Non si certifica: non esiste una norma ESG certificabile
- Il piano decide dove andare, il bilancio racconta dove si è arrivati
- La doppia materialità è richiesta dagli ESRS, non da tutti
- Un impegno senza indicatore e senza data non è un obiettivo
- Ogni indicatore deve avere un proprietario del dato
- Si costruisce su 14001, 50001, 45001, PdR 125, SA8000, 37001
- Un buon rating non dimostra un piano, e viceversa
Le date che contano
- 11 gennaio 2026 · orientamenti EBA/GL/2025/01 sui rischi ESG per le banche
- 2 luglio 2026 · rating ESG vigilati dall'ESMA, reg. (UE) 2024/3005
- 27 settembre 2026 · divieti sulle asserzioni ambientali, D.Lgs. 30/2026
- 11 gennaio 2027 · orientamenti EBA per gli enti piccoli e non complessi
