La UNI/PdR 192:2026 è il documento che definisce i requisiti di un sistema di gestione per la conciliazione fra vita familiare e lavoro. Titolo per esteso: «Sistema di gestione per la conciliazione tra vita familiare e lavoro – Requisiti per il benessere delle famiglie». È in vigore dal 14 aprile 2026, l’ha promossa la Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento per le politiche della famiglia insieme al Dipartimento per le pari opportunità, e nasce dentro il Piano nazionale per la famiglia 2025-2027.
Si rivolge alle organizzazioni di qualunque dimensione e forma giuridica, private e — compatibilmente con il quadro normativo — pubbliche. L’unica esclusione esplicita riguarda le organizzazioni che non hanno addetti. Chiede di mettere per iscritto le politiche a sostegno di maternità, paternità e carichi di cura, di organizzarle in un sistema di gestione vero e di misurarle con indicatori. E poi di farsi verificare da un ente terzo.
Che cosa facciamo, in concreto
Vi accompagniamo dal primo controllo fino al certificato, e vi aiutiamo a intercettare i contributi finché sono aperti. Su questo schema il calendario conta quanto il contenuto: la finestra per i fondi è a sportello e si chiude a esaurimento.
I contributi: 7,5 milioni, e lo sportello apre il 21 settembre 2026
È la ragione per cui questa pagina esiste adesso. Con l’avviso pubblico «Il lavoro a misura di famiglia», Unioncamere mette a disposizione 7,5 milioni di euro per portare mille imprese alla certificazione UNI/PdR 192 in un anno. La misura nasce da un accordo con il Dipartimento per le pari opportunità e il Dipartimento per le politiche della famiglia.
Il massimale segue una tabella per fasce di addetti equivalenti, dalle 1,5 giornate di audit per le realtà fino a cinque addetti (1.800 €) alle dieci giornate per quelle sopra i 250 (12.000 €). La dotazione è divisa fra assistenza tecnica e certificazione, con una riserva del 60% per le micro, piccole e medie imprese e un ulteriore 5% per le imprese con rating di legalità. L’aiuto è in regime de minimis e non è cumulabile sugli stessi costi con altri aiuti.
Attenzione: è una prassi di riferimento, non una norma UNI
È una distinzione che cambia quello che si può promettere, e va detta subito. Una prassi di riferimento è un documento pre-normativo pubblicato da UNI, elaborato da un tavolo ristretto ai firmatari di un accordo — qui la Presidenza del Consiglio — e non da una commissione tecnica con consenso allargato. Il documento stesso lo scrive: «non è una norma nazionale».
Le conseguenze pratiche sono tre. Primo: la validità è di cinque anni, quindi la UNI/PdR 192 scade il 14 aprile 2031, salvo proroga; entro tre anni UNI verifica se trasformarla in norma vera e propria, e se non emerge interesse alla scadenza viene ritirata d’ufficio. Secondo: il documento è scaricabile gratuitamente dal sito UNI, previa registrazione. Terzo, e più importante: è comunque certificabile sotto accreditamento, perché è la prassi stessa a imporre la valutazione di conformità di terza parte e a fissarne le regole in appendice.
Su questo punto va fatta una precisazione, perché una verifica frettolosa porta alla conclusione sbagliata. Nell’elenco degli schemi di accreditamento di Accredia la UNI/PdR 192 non compare — ma solo perché quella revisione è di giugno 2025 e precede di dieci mesi la pubblicazione della prassi. Lo schema esiste: Accredia lo ha istituito con una circolare tecnica del 2 luglio 2026, che disciplina l’accreditamento degli organismi e prevede percorsi agevolati per chi è già accreditato sulla parità di genere.
Che cosa chiede: sette aree e una soglia da superare
Il sistema si misura con indicatori raggruppati in sette aree. Gli indicatori qualitativi valgono 0,75 punti, quelli quantitativi 1 punto, e non sono ammessi punteggi parziali: o l’indicatore è soddisfatto o non lo è.
L’impostazione per processi è ripresa dalla prassi sulla parità di genere, mentre la metodologia di implementazione si ispira all’approccio Family Audit della Provincia Autonoma di Trento. Sul piano del sistema servono politica, gruppo di lavoro interno, piano strategico, documentazione, monitoraggio degli indicatori, comunicazione, audit interni, gestione delle non conformità e riesame periodico: l’ossatura è quella di qualunque sistema di gestione.
L’esonero contributivo: la legge c’è, il decreto attuativo no
Il decreto-legge 30 aprile 2026 n. 62, convertito dalla legge 25 giugno 2026 n. 112, ha previsto all’articolo 6 un esonero dai contributi previdenziali a carico del datore di lavoro non superiore all’1% e fino a 50.000 euro annui per azienda, per gli anni 2026, 2027 e 2028, a favore delle imprese in possesso di determinate certificazioni sul sostegno alla natalità e alla cura. Le risorse stanziate sono 7 milioni per il 2026 e 12 milioni per ciascuno degli anni successivi.
Qui però bisogna essere precisi, perché è facile promettere più di quello che c’è. La legge non nomina la UNI/PdR 192: rinvia a una categoria aperta di certificazioni definita dal Codice degli incentivi. Sono UNI e Accredia a indicare la prassi come il riferimento naturale, essendo l’unica certificazione sul tema fondata su un documento tecnico UNI e con requisito di accreditamento. E soprattutto: il decreto interministeriale che deve stabilire modalità e procedure non risulta ancora adottato. Finché non esce, e finché l’INPS non pubblica le istruzioni, l’esonero non è concretamente richiedibile. Chi ve lo presenta come acquisito vi sta anticipando una cosa che non c’è.
Non confondetela con la parità di genere
È l’equivoco più probabile, anche perché i due esoneri hanno gli stessi identici parametri numerici — l’1% e i 50.000 euro annui — pur essendo misure distinte, con basi legali e coperture diverse. Mettiamolo nero su bianco: i benefici della certificazione della parità di genere non si estendono alla UNI/PdR 192.
Quanto dura il percorso
Su un’organizzazione che parte da misure di welfare già esistenti ma non sistematizzate, il percorso fino all’audit si chiude in genere in quattro-sei mesi. Chi parte da zero, o deve introdurre misure nuove per superare la soglia, sta più realisticamente su sei-nove mesi. La variabile che pesa non è la documentazione: sono gli indicatori, perché vanno alimentati con dati veri riferiti a un periodo, e i dati non si producono a posteriori.
Con il bando in corso il calendario si stringe: chi vuole i contributi deve presentare domanda dal 21 settembre e chiudere tutto — certificazione compresa — entro il 30 giugno 2027. Sono nove mesi scarsi, che vanno pianificati all’indietro a partire dalla data dell’audit.
Quanto costa
La nostra consulenza si calcola a giornate. Un percorso completo su questa prassi richiede tipicamente da cinque a nove giornate, a seconda di quante sedi ci sono e di quanto sono già ordinati i dati sul personale.
Il costo dell’organismo di certificazione è separato e va chiesto direttamente a lui: dipende dal numero di dipendenti e di sedi. Per il mantenimento negli anni successivi applichiamo un canone pari al una quota del costo di implementazione, che copre aggiornamento del sistema, assistenza in audit di sorveglianza e riesame degli indicatori.
Su questa prassi il conto va fatto al netto dei contributi. Lo sportello Unioncamere apre il 21 settembre 2026 con una dotazione di 7,5 milioni di euro, e copre sia la consulenza sia la certificazione. Vale la pena impostare il progetto adesso e presentare la domanda con il preventivo dell’organismo già in mano, perché su questi bandi conta l’ordine di arrivo.
Gli errori che allungano i tempi
Il primo errore è confonderla con la certificazione sulla parità di genere. Sono due percorsi distinti, con requisiti e benefici diversi: chi ha già la parità di genere non ha automaticamente questa, e viceversa.
Il secondo è partire dal documento invece che dai dati. La prassi chiede evidenze su congedi, orari, rientri dalla maternità e uso degli strumenti di flessibilità: se quei numeri non sono registrati da nessuna parte, il punteggio non si costruisce e il progetto si ferma per settimane a raccogliere storico.
Il terzo è tenere la direzione fuori dal progetto. Le misure di conciliazione costano ore e budget, e se non c’è una decisione presa a quel livello restano dichiarazioni di intenti che in audit non reggono.
Il quarto è contare sull’esonero contributivo come se fosse già disponibile. La norma primaria c’è, il decreto attuativo no: finché non esce, l’esonero non è una voce che si può mettere a budget.
Dove operiamo
Seguiamo i progetti dalle nostre quattro sedi — Milano, Bologna, Roma e Brescia — e lavoriamo su tutto il territorio nazionale, in presenza dove serve e da remoto per il resto.
Domande frequenti
Se non è una norma UNI, il certificato vale qualcosa?
Sì. La prassi impone la verifica di terza parte e Accredia ha istituito lo schema di accreditamento: il certificato è rilasciato sotto accreditamento, con marchio UNI, sorveglianza annuale e rinnovo triennale. La differenza rispetto a una norma sta nel percorso di elaborazione e nella durata del documento, non nel valore del certificato.
Quanto costa, al netto del contributo?
Le due voci sono separate: la consulenza per costruire il sistema e le giornate che l’organismo fattura per l’audit. Il bando copre fino a 12.000 € della seconda e fino a 2.459,01 € della prima. Quello che resta a carico dipende da quante misure vanno introdotte da zero e da quanti dati vanno messi in ordine.
Siamo una micro impresa con tre dipendenti. Ha senso?
La prassi si applica a tutte le organizzazioni con almeno un addetto, e per le micro la soglia è più bassa: 50%, con almeno un indicatore quantitativo. Il bando riserva inoltre il 60% delle risorse alle PMI. Il punto vero non è la dimensione ma se le misure di conciliazione esistono già di fatto: spesso nelle piccole realtà ci sono, semplicemente non sono scritte da nessuna parte.
Abbiamo già la parità di genere: quanto lavoro in più serve?
Meno del previsto sull’impianto, perché la 192 ne riprende l’impostazione per processi e le due verifiche possono essere integrate. Il lavoro vero sta sulle sette aree di indicatori, che sono altre, e sui dati che le alimentano. In più prendete 450 € di premialità nel bando.
La certificazione scade quando scade la prassi, nel 2031?
Sono due cose diverse. Il ciclo di certificazione è triennale, con sorveglianza annuale. La scadenza del 2031 riguarda il documento: entro il 2029 UNI valuta se trasformarlo in norma. È uno scenario da tenere d’occhio, non un rischio immediato.
Il contributo copre anche le sorveglianze degli anni successivi?
No. L’avviso copre solo la prima certificazione: esame della domanda, verifica documentale, verifica in sede e rilascio del certificato. Pre-audit, sorveglianze annuali e rinnovo restano a carico dell’impresa, e vanno messi a bilancio fin dall’inizio.
Vi serve la UNI/PdR 192?
Su questo schema contano tre cose: quante misure di conciliazione avete già in essere, quanti sono i vostri addetti e se possedete già la certificazione della parità di genere. Ditecele e vi diciamo a che punteggio siete oggi e quanto vi copre il bando.
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Quanto costa certificarsi: come si forma il prezzo
Perché Emmess su questa norma
- Conosciamo la prassi sulla parità di genere, da cui la 192 riprende l’impostazione: dove i due sistemi si sovrappongono non rifacciamo il lavoro due volte.
- Sul bando contiamo i giorni: la procedura è a sportello cronologico, e chi arriva quando i fondi sono finiti resta fuori a prescindere dal progetto.
- Siamo certificati ISO 9001 e ISO 45001: il metodo che vi proponiamo lo applichiamo prima di tutto a noi stessi.
- La direzione tecnica ha la qualifica di lead auditor CEPAS: l’audit interno lo facciamo con lo stesso metro dell’organismo.
- Quattro sedi — Milano, Bologna, Roma e Brescia — e un unico riferimento anche sui gruppi con più sedi.
