Sul cosmetico naturale e biologico il quadro è fatto di tre cose che vanno tenute distinte: la ISO 16128, che è una linea guida per calcolare gli indici di naturalità e non è certificabile; i marchi privati COSMOS e NATRUE, che sono sistemi di certificazione veri con verifica di parte terza; e il regolamento europeo sul biologico, che copre le materie prime agricole e non il cosmetico finito.
La data che cambia le carte è il 27 settembre 2026. Da quel giorno si applica in Italia la nuova disciplina sulle asserzioni ambientali, e fra le pratiche vietate in ogni caso — cioè senza bisogno di dimostrare che il consumatore sia stato ingannato — c’è esibire un marchio di sostenibilità non basato su un sistema di certificazione di parte terza.
Che cosa facciamo, in concreto
Facciamo l’inventario dei claim su tutti i materiali — pack, sito, schede, cataloghi — e poi il triage: che cosa regge, che cosa va riscritto, che cosa va tolto. È un lavoro noioso ed è quello che evita la contestazione. Dove serve un marchio, verifichiamo la fattibilità sulla formula prima di scegliere lo schema, perché non ha senso avviare un percorso che la formula non può reggere. Non certifichiamo noi, e non ti diciamo che un indice ISO 16128 calcolato in casa è un marchio: dal 27 settembre è la posizione più esposta di tutte.
Il 27 settembre 2026 il logo «naturale» fatto in casa diventa vietato
La data è vicina e la conseguenza è netta. Da quel giorno si applica in Italia la nuova disciplina sulle asserzioni ambientali, e fra le pratiche vietate in ogni caso — cioè senza bisogno di dimostrare che il consumatore sia stato ingannato — c’è questa: esibire un marchio di sostenibilità che non è basato su un sistema di certificazione o non è stabilito da autorità pubbliche.
Il bollino verde disegnato dall’agenzia, il sigillo «100% naturale» creato internamente, la spiga stilizzata senza nessuno dietro: se non c’è un sistema di certificazione con verifica di parte terza, dal 27 settembre sono pratiche vietate.
La definizione di sistema di certificazione è precisa e utile: condizioni pubbliche, apertura a tutti gli operatori a condizioni trasparenti, procedure per le non conformità con revoca o sospensione dell’uso del marchio, e monitoraggio da parte di un terzo la cui competenza e indipendenza si basino su norme riconosciute. Il testo europeo cita per nome la norma sugli organismi di certificazione di prodotto.
Sono vietate anche le asserzioni ambientali generiche non sostanziate. L’elenco esemplificativo comprende «ecocompatibile», «verde», «amico della natura», «ecologico», «biodegradabile», «a base biologica». Una precisazione onesta: la parola «naturale» non è in quell’elenco. Non diventa vietata. Ma non essendo definita da nessuna legge per i cosmetici, chi la usa deve poterla sostanziare.
La ISO 16128 non è certificabile, e questo è il problema
La ISO 16128 è una linea guida in due parti: la prima definisce gli ingredienti naturali e biologici, la seconda descrive i metodi di calcolo degli indici. È utile: dà un metodo per dire «98% di origine naturale» invece di dirlo a sentimento.
Ma non è uno schema di certificazione, e va detto senza giri di parole: un certificato ISO 16128 non esiste. Non c’è schema di accreditamento, non ci sono organismi accreditati. Al massimo si può far verificare da un terzo l’indice calcolato, che è un’altra cosa.
I suoi limiti sono espliciti: non fissa una soglia minima, non prevede criteri di esclusione degli ingredienti, ammette qualunque sostanza legalmente permessa compresi derivati petrolchimici, e non impone verifica indipendente.
Ecco perché il claim «naturale al 98% secondo la ISO 16128» è, dal 27 settembre, la posizione più esposta di tutte. Un indice calcolato dall’azienda non è un marchio di sostenibilità legittimo. Se la percentuale è specificata in modo chiaro sullo stesso mezzo e sostanziata, resta un’asserzione specifica e regge; se diventa un bollino, no.
Un’ultima nota da chi legge i documenti: l’edizione italiana della parte 2 del 2019 è ritirata e sostituita da quella del 2024. Chi la cita ancora è fermo a due anni e mezzo fa.
Gli schemi che invece reggono: COSMOS e NATRUE
Sono marchi volontari privati, ma basati su un sistema di certificazione con verifica di parte terza e organismi accreditati: esattamente ciò che la nuova disciplina richiede. Esibirli resta pienamente lecito, e la loro posizione ne esce rafforzata.
COSMOS è di un’associazione internazionale con sede in Belgio, fondata da cinque organizzazioni storiche del biologico europeo, fra cui una italiana. Ha due livelli: il biologico chiede che almeno il 95% degli ingredienti agricoli trasformati fisicamente sia biologico e che almeno il 20% del prodotto totale lo sia, con una soglia ridotta al 10% per i prodotti a risciacquo e per quelli a forte contenuto minerale; il naturale non ha requisito di contenuto biologico minimo. Sull’olio di palma chiede una certificazione riconosciuta, e non accetta il modello dei certificati negoziabili.
La versione in vigore è la 4.2, dal 1° settembre 2025. La versione 3.1 è chiusa: i prodotti su quella versione potevano essere fabbricati solo fino al 1° dicembre 2025. C’è una sola transizione ancora aperta, e vale la pena saperla se formuli con tensioattivi: i solfatati sono ammessi fino al 1° gennaio 2029.
NATRUE è un’associazione con sede a Bruxelles, con due livelli — naturale e biologico — e requisiti di formulazione differenziati per categoria di prodotto. Il suo accreditamento passa da un ente internazionale, non da quello nazionale italiano.
La differenza pratica che quasi nessuno spiega: in Italia COSMOS ha un solo certificatore, NATRUE ne ha quattro, e i due gruppi non si sovrappongono. Se ti hanno nominato un ente italiano che certifica il bio cosmetico, quasi certamente stai parlando di NATRUE.
Una cosa che va detta sul «bio» nel cosmetico
Non esiste una definizione europea di cosmetico biologico. Il regolamento europeo sul biologico copre le materie prime agricole, non il prodotto cosmetico finito. Per il cosmetico si certifica su standard privati, e questo spiega perché COSMOS e NATRUE hanno soglie diverse fra loro.
Dire «bio certificato secondo il regolamento europeo» riferito a una crema è quindi scorretto, ed è una delle frasi che dal 27 settembre conviene togliere dai materiali.
Quanto costa
L’inventario e il triage dei claim su una linea cosmetica richiedono tipicamente da tre a sei giornate, secondo il numero di referenze e di canali. La riscrittura delle asserzioni con l’evidenza a supporto, da tre a cinque. Il percorso verso uno schema certificato, con il dossier delle materie prime, da otto a quindici.
Applichiamo la nostra tariffa giornaliera, con le spese a forfait, e un canone annuale di mantenimento: qui serve, perché ogni riformulazione e ogni cambio di fornitore rimettono in discussione le soglie.
Il costo dell’organismo di certificazione è separato e dipende dal numero di prodotti e di siti. Una domanda da fare subito, che sposta il conto: quanti prodotti rientrano in un solo certificato.
Gli errori che allungano i tempi
Il primo è credere che esista un certificato ISO 16128. Non esiste, e chi lo offre offre altro.
Il secondo è trasformare un indice calcolato in un bollino. Dal 27 settembre è la definizione stessa della pratica vietata.
Il terzo è aspettare la scadenza per guardare i materiali. Etichette e astucci hanno tempi di stampa e scorte: il triage va fatto ora.
Il quarto è partire verso uno schema senza aver verificato le soglie. Se la formula non arriva al 95% sugli ingredienti agricoli trasformati fisicamente, il percorso biologico non si chiude e va riformulato prima.
Il quinto è usare «bio secondo il regolamento europeo» per un cosmetico. Quel regolamento copre le materie prime agricole, non la crema.
Dove operiamo
Lavoriamo dalle nostre quattro sedi — Milano, Bologna, Roma e Brescia — e seguiamo aziende cosmetiche e contoterzisti in tutta Italia. L’inventario dei claim, il calcolo degli indici e la riscrittura dei materiali si fanno da remoto, con marketing e formulazione insieme; gli stabilimenti si visitano quando lo schema scelto chiede requisiti di processo, come la separazione delle produzioni certificate.
Domande frequenti
Posso dire «naturale al 98% secondo la ISO 16128»?
È la posizione più esposta di tutte dopo il 27 settembre. La ISO 16128 è una linea guida in due parti — definizioni degli ingredienti naturali e biologici, e metodi di calcolo degli indici — e un certificato ISO 16128 non esiste: non c’è schema di accreditamento e non ci sono organismi accreditati. I suoi limiti sono espliciti: non fissa una soglia minima, non prevede criteri di esclusione degli ingredienti, ammette qualunque sostanza legalmente permessa compresi derivati petrolchimici, e non impone verifica indipendente. Un indice calcolato dall’azienda non è un marchio di sostenibilità legittimo. Se la citi, cita almeno l’edizione giusta: la parte 2 italiana del 2019 è ritirata e sostituita da quella del 2024.
COSMOS e NATRUE reggono?
Sì, e la loro posizione ne esce rafforzata. Sono marchi volontari privati, ma basati su un sistema di certificazione con verifica di parte terza e organismi accreditati: esattamente ciò che la nuova disciplina richiede. COSMOS ha due livelli e nel biologico chiede che almeno il 95% degli ingredienti agricoli trasformati fisicamente sia biologico; la versione in vigore è la 4.2 dal 1° settembre 2025, e la 3.1 è chiusa, con fabbricazione ammessa solo fino al 1° dicembre 2025. NATRUE ha due livelli, naturale e biologico, con requisiti differenziati per categoria di prodotto.
Quale dei due è più praticabile in Italia?
È una differenza che quasi nessuno spiega: in Italia COSMOS ha un solo certificatore, NATRUE ne ha quattro, e i due gruppi non si sovrappongono. Se ti hanno nominato un ente italiano che certifica il bio cosmetico, quasi certamente stai parlando di NATRUE. Sulla scelta pesa anche questo, non solo il contenuto dello standard.
Posso scrivere «bio certificato secondo il regolamento europeo» su una crema?
No, ed è una delle frasi da togliere dai materiali. Non esiste una definizione europea di cosmetico biologico: il regolamento europeo sul biologico copre le materie prime agricole, non il prodotto cosmetico finito. Sono vietate anche le asserzioni ambientali generiche non sostanziate, e l’elenco esemplificativo comprende «ecocompatibile», «verde», «amico della natura», «ecologico», «biodegradabile», «a base biologica».
Dal 27 settembre il bollino fatto in casa è vietato
Diventa pratica vietata in ogni caso esibire un marchio di sostenibilità non basato su un sistema di certificazione di parte terza. Il claim «naturale al 98% secondo la ISO 16128» trasformato in bollino è la posizione più esposta: quella norma non è certificabile.
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Quanto costa certificarsi: come si forma il prezzo
Perché Emmess su questo schema
- Facciamo il triage dei claim adesso, perché etichette e astucci hanno tempi di stampa che il 27 settembre non aspetta.
- Ti diciamo che il certificato ISO 16128 non esiste, invece di venderti una verifica travestita da certificazione.
- Prima di avviare un percorso verso uno schema certificato, controlliamo le formule contro le soglie: riformulare dopo costa il doppio.
- Sappiamo chi certifica che cosa in Italia, e i due schemi principali non passano dagli stessi organismi.
