La UNI/PdR 142 è la prassi di riferimento che dà finalmente una regola comune alla dicitura non OGM. Fino alla sua pubblicazione la legge europea diceva che cosa va etichettato come geneticamente modificato, ma non che cosa serve per dichiarare il contrario: ognuno lo affermava a modo suo, e il cliente non aveva modo di verificarlo.
Copre quattro filiere e chiede molto più di un’analisi: separazione fisica dei flussi, rintracciabilità documentata, controllo dei fornitori e piano di monitoraggio. Il punto critico è quasi sempre a monte, con i fornitori non certificati: è lì che la dichiarazione si regge o cade, non nel certificato finale.
Che cosa facciamo, in concreto
Su questa certificazione il rischio non è tecnico, è commerciale: scrivere «senza OGM» in etichetta senza avere alle spalle un sistema che lo dimostri. Il nostro lavoro serve a costruire quel sistema, e comincia dal punto più scomodo — i fornitori — perché è lì che l’attributo non OGM si guadagna o si perde. Il resto sono controlli e registrazioni.
Perché serviva una prassi, e che cosa colma
La legge europea dice quando un prodotto deve essere etichettato come contenente OGM: il Regolamento (CE) 1829/2003 fissa la soglia dello 0,9% per la presenza accidentale o tecnicamente inevitabile di OGM autorizzati, sotto la quale l’indicazione in etichetta non è dovuta. Il Regolamento (CE) 1830/2003 completa il quadro sulla rintracciabilità.
Quello che la legge non disciplina è l’affermazione opposta: che cosa deve avere alle spalle chi vuole dichiarare volontariamente un prodotto non OGM. Per anni ognuno si è regolato con schemi privati diversi, con il risultato che due prodotti con la stessa scritta in etichetta potevano avere dietro controlli molto diversi.
La UNI/PdR 142:2023, pubblicata il 21 aprile 2023, riempie proprio questo vuoto: fissa i requisiti minimi per certificare un prodotto con caratteristica non OGM. È nata dal lavoro congiunto di Accredia, Coldiretti, Ente Nazionale Risi, degli Istituti Zooprofilattici di Lazio e Toscana, del CREA, del sistema UNI e degli organismi di certificazione.
Le quattro filiere coperte
Che cosa chiede davvero
Il cuore della prassi è il sistema di autocontrollo dell’operatore. Non un modello uguale per tutti, ma un sistema costruito sulla realtà aziendale: chi compra da pochi fornitori conosciuti ha esigenze diverse da chi lavora su mercati aperti e partite occasionali.
Intorno a questo, la prassi richiama le regole tecniche che rendono confrontabili i risultati: la ISO 6498 per la preparazione dei campioni di mangime, la UNI CEN/TS 15568 per le strategie di campionamento nella ricerca di OGM e la ISO/IEC 17025 per la competenza dei laboratori. Contiene anche indicazioni su come trattare l’incertezza di misura e su come gestire le materie prime che arrivano da fornitori non certificati — che è, nella pratica, il problema di tutti.
Il punto critico: i fornitori che non sono certificati
In un mondo ideale tutti i vostri fornitori sarebbero già certificati non OGM e il lavoro sarebbe una formalità. Nella realtà quasi mai è così, e la differenza fra un progetto che va a buon fine e uno che si arena sta in come si gestisce quel pezzo.
Servono criteri di accettazione scritti, garanzie documentali dal fornitore, un piano analitico che copra proprio le partite più incerte e una regola chiara su che cosa si fa quando un risultato non torna. Non è una questione di sfiducia: è che l’attributo non OGM è una promessa fatta al consumatore, e chi la firma in etichetta siete voi.
Quanto tempo serve
Un’azienda con pochi fornitori stabili e rintracciabilità già in piedi arriva alla verifica in tre-cinque mesi. Il grosso del tempo se lo prende la raccolta delle garanzie a monte, che dipende dai fornitori e non da voi.
Chi lavora su molte partite e fornitori variabili impiega sei-nove mesi, perché prima ancora del sistema va rivisto il modo di comprare. Nelle filiere animali va aggiunto il tempo tecnico: per poter dichiarare non OGM il prodotto, l’animale deve essere stato alimentato di conseguenza per un periodo adeguato, e quel periodo non si comprime.
Quanto costa
Il costo si compone di tre voci, e conviene tenerle distinte fin dal preventivo: la consulenza, cioè il lavoro per costruire il sistema di autocontrollo; la certificazione, cioè quanto vi chiede l’organismo accreditato; e le analisi, che qui sono una voce ricorrente e vanno messe a bilancio ogni anno. Le ultime due non passano da noi.
Sulla consulenza il peso lo fanno tre cose: quale filiera — quella animale è la più impegnativa perché dipende dal mangime — quanti fornitori vanno qualificati, e se lavorate anche prodotto convenzionale nello stesso impianto. Abbiamo spiegato per esteso come si forma il prezzo nella pagina dedicata ai costi, con lo stesso metodo che usiamo per fare i preventivi.
Gli errori che allungano i tempi
Sono sempre gli stessi quattro. Scrivere in etichetta prima di avere il sistema: l’affermazione non OGM è una dichiarazione al consumatore. Farla senza poterla dimostrare espone a contestazioni che costano molto più della certificazione.
Dare per scontati i fornitori storici: la fiducia consolidata non è una garanzia documentale. Anche ai fornitori di sempre vanno chiesti criteri, documenti e, dove serve, analisi.
Sottovalutare il tempo della filiera animale: il mangime non OGM va somministrato per un periodo adeguato prima che il prodotto possa essere dichiarato tale. Chi non lo mette in conto scopre di dover aspettare.
Analizzare a caso: un piano di campionamento costruito sul rischio costa meno e regge di più di analisi fatte a pioggia quando ci si ricorda.
Dove operiamo
Seguiamo i progetti dalle nostre quattro sedi — Milano, Bologna, Roma e Brescia — e lavoriamo su tutto il territorio nazionale, in presenza per le fasi che lo richiedono e da remoto per il resto. Seguiamo sia le singole aziende sia le filiere organizzate che vogliono portare più fornitori allo stesso standard.
Domande frequenti
«Senza OGM» e «biologico» sono la stessa cosa?
No. Il biologico esclude gli OGM, ma chiede molto altro: metodo di produzione, sostanze ammesse, conversione dei terreni. La certificazione non OGM riguarda un solo attributo, ed è quindi un percorso più corto e più mirato. Convivono bene.
Vale anche per i mangimi che compriamo?
Sì, ed è anzi il passaggio decisivo per chiunque lavori con animali. La filiera dei mangimi è una delle quattro coperte dalla prassi proprio per questo.
Che cosa succede se un’analisi trova tracce?
Serve una procedura scritta che dica in anticipo che cosa si fa: come si blocca la partita, come si indaga a monte e come si decide. Improvvisare in quel momento è il modo migliore per sbagliare.
Possiamo certificare solo alcuni prodotti?
Sì, e spesso è la scelta giusta. Meglio un perimetro ristretto e controllato davvero che una dichiarazione ampia che non regge alla prima verifica.
Prima usavamo uno schema privato: dobbiamo ricominciare?
No. Gran parte del lavoro fatto si riusa: cambiano il riferimento e alcuni requisiti minimi, non l’impianto. Vale la pena però rileggere il piano analitico, che è il punto dove gli schemi precedenti divergevano di più.
Volete dichiarare non OGM?
Su questa prassi il preventivo lo spostano tre cose: quale delle quattro filiere vi riguarda, quanti fornitori vanno qualificati e se lavorate anche prodotto convenzionale nello stesso impianto. Ditecele e vi rispondiamo con una proposta motivata voce per voce.
Lascia il tuo numero:
ti richiamiamo subito.
Oppure chiamaci ora: 02 4975 8283
Quanto costa certificarsi: come si forma il prezzo
Perché Emmess su questa prassi
- Partiamo dai fornitori, che è dove l’attributo non OGM si guadagna o si perde.
- Costruiamo un piano analitico sul rischio: costa meno delle analisi a pioggia e regge di più in audit.
- Vi diciamo che cosa potete scrivere in etichetta e che cosa no, prima che lo stampiate.
- Se siete già biologici o avete la ISO 22005, riusiamo le registrazioni che tenete già.
