Si arriva quasi sempre qui con una domanda pratica: come faccio a scrivere «biologico» su una crema, uno shampoo o un detergente senza rischiare? Oppure con la domanda di qualcun altro: una catena specializzata, un buyer estero, un marchio committente che chiede «la certificazione bio» senza dire quale. La risposta comincia da un fatto che sposta l'intero ragionamento, e su cui in rete si legge quasi sempre qualcosa di sbagliato.
Il Regolamento (UE) 2018/848 sulla produzione biologica si applica — articolo 2 — ai prodotti dell'agricoltura, dell'acquacoltura e dell'apicoltura e ad alcuni altri prodotti strettamente legati all'agricoltura. Il cosmetico finito non è fra questi, e la foglia verde europea — riservata dall'articolo 33 ai prodotti conformi a quel regolamento — su un cosmetico non può comparire.
Il regolamento che governa i cosmetici è un altro, il Regolamento (CE) 1223/2009, e non definisce né «naturale» né «biologico». Fissa invece, con il Regolamento (UE) 655/2013, i criteri comuni che ogni dichiarazione deve rispettare: conformità alle norme, veridicità, supporto probatorio, onestà, correttezza e decisioni informate. Sono criteri di metodo: non fissano nessuna soglia percentuale.
I cosmetici biologici si certificano quindi su standard privati, verificati da organismi terzi. Scegliere COSMOS invece di NATRUE non è una decisione di conformità alla legge: è una decisione commerciale.
Che cosa facciamo, in concreto
Vi accompagniamo alla certificazione, e la prima cosa che facciamo è scegliere lo schema giusto per il mercato a cui vendete: sono marchi privati con requisiti diversi, non sono intercambiabili, e in Italia non hanno tutti gli stessi certificatori. Poi si lavora sulla parte che decide l’esito: la verifica di fattibilità sulla formula, perché non ha senso avviare un percorso che la formulazione non può reggere, e sulla tracciabilità degli ingredienti. Non certifichiamo noi: il certificato lo rilascia un organismo autorizzato dallo schema. E prima di cominciare cerchiamo i bandi a fondo perduto e i contributi attivi su export e innovazione di prodotto.
Che cosa certifica davvero un cosmetico biologico
C'è però un pezzo di legge che serve, ed è la distinzione che quasi nessuno spiega: il prodotto finito resta fuori dal Regolamento 2018/848, ma le materie prime agricole che ci mettete dentro — l'olio di mandorle, il burro di karité, l'estratto di calendula — sono prodotti agricoli e possono essere certificate biologiche secondo quel regolamento. Il COSMOS-standard, per stabilire se un ingrediente agricolo è biologico, rimanda infatti al Regolamento 2018/848, allo USDA NOP, allo standard brasiliano n. 10.831/2003 o ad altri standard riconosciuti a livello internazionale. La legge copre l'ingrediente; lo standard privato copre la formula, il processo, l'imballaggio e l'etichetta.
Questi schemi certificano dunque la composizione: non certificano che il prodotto sia più sicuro né che funzioni meglio, e non dicono nulla su come lo fabbricate. Funzionano tutti allo stesso modo — liste positive di ingredienti e processi ammessi, regole di calcolo delle percentuali, verifica di parte terza e marchio — e tutti distinguono due parole che in etichetta non sono sinonimi: naturale riguarda l'origine dell'ingrediente, biologico il metodo con cui è stata coltivata la pianta da cui viene. Un prodotto può essere interamente di origine naturale e non contenere un grammo di biologico: è per questo che gli standard hanno più di un livello.
COSMOS e NATRUE a confronto: le soglie vere
Gli standard che contano in Europa sono due, e uno dei due ha al suo interno due livelli. Questa tabella mette insieme i numeri che decidono se una formula passa o no: sono le soglie dei testi ufficiali in vigore, non arrotondamenti da brochure.
| COSMOS ORGANIC | COSMOS NATURAL | NATRUE, livello biologico | |
|---|---|---|---|
| Chi lo possiede | COSMOS-standard AISBL, Bruxelles — fondata da BDIH, Cosmebio, Ecocert, ICEA e Soil Association | NATRUE AISBL, Bruxelles | |
| Versione in vigore | v4.2, dal 1° settembre 2025 | criteri v3.9, dal 1° gennaio 2021 | |
| Biologico sul prodotto totale | almeno 20%; almeno 10% per prodotti a risciacquo, acquosi non emulsionati e con almeno l'80% di minerali | nessuna soglia: il livello non richiede contenuto biologico | non è espressa così: la soglia si applica alle sostanze naturali, non al peso totale |
| Ingredienti agricoli fisicamente trasformati | almeno il 95% biologico | non richiesto | almeno il 95% delle sostanze naturali o dei derivati da agricoltura biologica certificata o raccolta spontanea controllata |
| Soglie per categoria di prodotto | no: soglia unica, con deroghe per saponi e prodotti alcolici | sì: tredici categorie, ognuna con un minimo di sostanze naturali e un massimo di derivati | |
| Ingredienti di sintesi | solo quelli delle liste positive; la somma delle porzioni petrolchimiche non può superare il 2% del prodotto finito | solo sostanze naturali, derivati naturali e sostanze identiche al naturale, ammesse solo se non ottenibili dalla natura con sforzo tecnico ragionevole | |
| Ambito | prodotti cosmetici e materie prime per cosmetici | materie prime e prodotti finiti | |
| In etichetta | marchio COSMOS ORGANIC, organismo e percentuale (x% organic of total) | marchio COSMOS NATURAL, organismo e x% natural origin of total | marchio NATRUE nel livello corrispondente |
Le percentuali vanno dichiarate con un massimo di due decimali e arrotondate sempre per difetto: non è un dettaglio, è una delle non conformità più banali che si trovano in verifica.
Come funziona il COSMOS-standard
È lo standard più diffuso in Europa e quello che vi verrà chiesto più spesso. Lo possiede COSMOS-standard AISBL, associazione senza scopo di lucro di diritto belga con sede a Bruxelles, nata dall'unione di cinque realtà che prima avevano ciascuna un proprio disciplinare: BDIH, Cosmebio, Ecocert, ICEA per l'Italia e Soil Association. La versione applicabile è la 4.2, in vigore dal 1° settembre 2025. Si applica ai cosmetici e alle materie prime per cosmetici, e divide tutto ciò che entra in formula in cinque gruppi.
- Acqua. Conta nel peso del prodotto, quindi nel denominatore: è il motivo per cui una formula molto acquosa fatica a raggiungere il 20% di biologico anche con la parte vegetale tutta certificata.
- Minerali e ingredienti di origine minerale. Di origine naturale, ma non possono essere biologici: non nascono da un'agricoltura.
- Ingredienti agricoli fisicamente trasformati (PPAI): oli spremuti, burri, estratti, cere. È qui che si gioca il 95%.
- Ingredienti agricoli chimicamente trasformati (CPAI): tensioattivi, emulsionanti, esteri. Alcuni, elencati in appendice, devono essere obbligatoriamente biologici.
- Altri ingredienti. La lista chiusa di ciò che è ammesso pur non essendo di origine naturale: è qui che vale il tetto del 2% di porzioni petrolchimiche.
Su questa architettura poggiano i due livelli. COSMOS ORGANIC chiede che almeno il 95% degli ingredienti agricoli fisicamente trasformati sia biologico, che lo siano gli ingredienti chimicamente trasformati elencati nell'apposita appendice e che almeno il 20% del prodotto totale sia biologico — soglia che scende al 10% per i prodotti a risciacquo, per quelli acquosi non emulsionati e per quelli con almeno l'80% di minerali, con regole dedicate per saponi e prodotti alcolici. COSMOS NATURAL rispetta le stesse liste e gli stessi divieti ma non impone alcun contenuto biologico minimo.
Il resto dello standard riguarda cose che chi guarda solo la formula scopre tardi. I divieti: OGM e loro derivati, irraggiamento ionizzante, test su animali, materie prime da specie minacciate della lista rossa IUCN, nanomateriali salvo deroghe limitate a biossido di titanio e ossido di zinco nei solari e alla silice; fra i processi non ammessi, l'uso di ossido di etilene, ossido di propilene e altri ossidi di alchilene, ed è il motivo per cui molti tensioattivi etossilati restano fuori. L'imballaggio: ogni unità di vendita deve soddisfare almeno tre indicatori appartenenti ad almeno due principi diversi fra ridurre, riusare, rinnovabile e riciclare, con riesame ogni tre anni, e alcuni materiali sono esclusi in partenza — PVC, policarbonato, polistirene. La gestione ambientale: serve un piano che copra processo produttivo e rifiuti. La certificazione, infine, la rilascia un organismo autorizzato sulla base di una validazione documentale e di un'ispezione in stabilimento; gli organismi devono essere membri o membri associati di COSMOS-standard AISBL e rispettare il manuale di controllo dell'associazione.
NATRUE: due livelli e tredici categorie di prodotto
Lo standard NATRUE è di NATRUE AISBL, anch'essa con sede a Bruxelles. I criteri in vigore sono la versione 3.9, applicabile dal 1° gennaio 2021, ed è da quella data che il marchio ha due livelli e non più tre: il livello intermedio dei «cosmetici naturali con parte biologica» è stato dismesso. Chi ve lo propone oggi lavora su un'informazione vecchia di cinque anni.
La logica differisce da COSMOS su due punti. Le categorie di ingrediente: NATRUE ammette solo sostanze naturali, ottenute con processi fisici, microbiologici o enzimatici; sostanze naturali derivate, ottenute per reazione chimica da materie prime naturali, come la glicerina vegetale; e sostanze identiche al naturale, ammesse solo quando la sostanza naturale non è recuperabile con uno sforzo tecnico ragionevole — in pratica alcuni pigmenti, minerali e conservanti. Le fragranze sintetiche identiche al naturale non sono ammesse, e non lo sono le microplastiche. Le soglie per categoria: non c'è una soglia unica, i cosmetici sono divisi in tredici categorie e per ciascuna è fissato un minimo di sostanze naturali e un massimo di derivati. Per le emulsioni e i gel per la cura della pelle, per esempio, il livello naturale chiede almeno il 10% di sostanze naturali e ammette al massimo il 25% di derivati; il livello biologico chiede almeno il 15% di sostanze naturali da agricoltura biologica controllata e ammette al massimo il 20% di derivati da materie prime biologiche.
Per il livello biologico vale poi la regola che riassume lo schema: almeno il 95% delle sostanze naturali o dei loro derivati deve venire da agricoltura biologica certificata o da raccolta spontanea controllata. Assomiglia alla soglia di COSMOS ma si misura su una base diversa, e per questo i due standard non sono convertibili sulla carta: una formula si valuta su entrambi, non si traduce da uno all'altro.
Perché in Italia si dice «eco bio», e chi certifica davvero
L'espressione «eco bio» non è un termine di legge né il nome di uno standard internazionale: viene dai disciplinari propri di ICEA, che accanto a COSMOS gestisce schemi come Eco Bio Cosmesi, Cosmesi Naturale, Eco Bio Detergenza ed Eco Detergenza. È per questo che in Italia quella formula è entrata nel linguaggio comune mentre fuori dai confini nessuno la usa: se esportate, il nome che vi serve in etichetta è COSMOS o NATRUE.
Sugli organismi conviene essere precisi, perché circolano attribuzioni sbagliate. Quelli autorizzati a certificare secondo il COSMOS-standard sono una dozzina in tutto il mondo e nell'elenco ufficiale dell'associazione l'unico con sede in Italia è ICEA, di Bologna, che di quello standard è anche fra i cinque fondatori; operano poi in Italia organismi esteri autorizzati, fra cui Ecocert Greenlife. Diversi enti italiani molto noti nel biologico alimentare non compaiono in quell'elenco: possono certificarvi su altri schemi, ma non su COSMOS. Prima di firmare, il controllo è uno solo: verificare il nome dell'organismo nell'elenco pubblicato da COSMOS-standard AISBL.
Per chi produce anche detergenti per la casa vale un'ultima distinzione: il COSMOS-standard copre i prodotti cosmetici, e i detergenti domestici non vi rientrano. Per quelli le strade sono i disciplinari dedicati oppure l'Ecolabel UE, che è un marchio ambientale di tipo I e non una certificazione biologica; per i cosmetici e i prodotti per la cura degli animali i criteri Ecolabel sono quelli della Decisione (UE) 2021/1870 del 22 ottobre 2021, validi fino al 31 dicembre 2027.
La ISO 16128 non è una certificazione, ed è l'equivoco più costoso
La famiglia si compone della ISO 16128-1:2016, Guidelines on technical definitions and criteria for natural and organic cosmetic ingredients and products, e della ISO 16128-2:2017 con l'emendamento Amd 1:2022. Il titolo lo dice: sono linee guida, non norme di requisiti. La ISO stessa dichiara che questi documenti non trattano la comunicazione di prodotto — dichiarazioni ed etichettatura — né la sicurezza per l'uomo e per l'ambiente, né le considerazioni socio-economiche, né i materiali di imballaggio, né i requisiti normativi applicabili ai cosmetici.
Che cosa fanno, allora? Danno un metodo di calcolo: a ciascun ingrediente si attribuisce un indice di contenuto naturale, di origine naturale, biologico e di origine biologica, e da quelli si ricava una percentuale sul prodotto. Ma non fissano nessuna soglia minima, non hanno liste positive — qualsiasi sostanza legalmente ammessa nei cosmetici entra nel calcolo, comprese quelle di origine petrolchimica — e non prevedono verifica di parte terza né un marchio.
Una percentuale calcolata secondo la ISO 16128 è quindi un autodichiarato: può essere onesta e utile in un dossier tecnico verso un cliente professionale, ma non è una certificazione. Non si scrive «certificati ISO 16128», e dal 27 settembre 2026 presentarla al consumatore come se fosse un marchio di sostenibilità è esattamente ciò che le nuove regole vietano.
Greenwashing: che cosa cambia dal 27 settembre 2026
È la ragione per cui questa pagina, oggi, non è un approfondimento teorico. La direttiva (UE) 2024/825 del 28 febbraio 2024, sulla responsabilizzazione dei consumatori per la transizione verde, interviene sulle asserzioni ambientali modificando la disciplina delle pratiche commerciali sleali. In Italia è stata recepita con il decreto legislativo 20 febbraio 2026, n. 30, che modifica il Codice del consumo, e le nuove regole si applicano dal 27 settembre 2026. Diventano vietate, fra le altre:
- le asserzioni ambientali generiche — «green», «eco», «sostenibile», «amico dell'ambiente» — non sostenute da prestazioni ambientali eccellenti riconosciute e dimostrabili;
- l'esibizione di un marchio di sostenibilità non basato su un sistema di certificazione o non stabilito da un'autorità pubblica: è il punto che colpisce i loghi costruiti in casa, i bollini di marchio proprio e le percentuali autodichiarate presentate come attestazioni;
- le asserzioni sulla prestazione ambientale futura non supportate da impegni chiari e verificabili;
- le asserzioni di impatto neutro, ridotto o positivo fondate sulla sola compensazione delle emissioni.
Il rovescio della medaglia è che una certificazione vera diventa più preziosa: un marchio COSMOS o NATRUE è per definizione basato su un sistema di certificazione con verifica di parte terza, ed è quindi esattamente ciò che la nuova disciplina continua a consentire.
Una avvertenza, perché qui si fa confusione: la cosiddetta Green Claims Directive è un testo diverso, una proposta presentata dalla Commissione il 22 marzo 2023 e mai adottata — nel giugno 2025 la Commissione ne ha annunciato il ritiro e il negoziato si è fermato. Prepararsi a quel testo ignorando la 2024/825, che entra in applicazione a settembre, è un errore che abbiamo visto fare più di una volta.
Gli obblighi di legge che la certificazione biologica non sostituisce
È il punto in cui si concentrano i guai. La certificazione bio riguarda la composizione; la sicurezza del prodotto vive su un binario separato, quello del Regolamento (CE) 1223/2009, e resta obbligatoria comunque: una persona responsabile stabilita nell'Unione per ciascun prodotto, la valutazione della sicurezza redatta da un valutatore qualificato, la documentazione informativa sul prodotto immediatamente disponibile per le autorità, la notifica al portale CPNP prima dell'immissione sul mercato e il rispetto delle buone pratiche di fabbricazione, il cui unico riferimento armonizzato è la EN ISO 22716: se ne parla per esteso nella scheda sulla certificazione ISO 22716, dove trovate anche il quadro delle sanzioni italiane.
Un certificato COSMOS in mano e un fascicolo di prodotto incompleto è la combinazione peggiore possibile: comunica cura al mercato e non regge dieci minuti davanti a un'ispezione.
Chi la chiede, e come si arriva al certificato
Nessuno di questi schemi è obbligatorio: sono tutti volontari, e la domanda arriva dal mercato — il canale specializzato ed erboristico, che qualifica i fornitori sul marchio e non sull'autodichiarazione; i marchi committenti, perché se il brand vuole vendere COSMOS ORGANIC l'impianto certificato deve averlo il terzista; l'export verso Francia, Germania e Paesi nordici, dove i due marchi sono riconosciuti dal consumatore finale; le piattaforme online, dove senza marchio il prodotto sparisce da un filtro; le forniture pubbliche, i cui capitolati richiedono spesso marchi ambientali di tipo I secondo la ISO 14024, categoria a cui appartiene l'Ecolabel UE. Il percorso è questo, e il primo passo è quello che quasi nessuno fa per primo.
- Ricerca di bandi e finanziamenti. Prima di ogni altra cosa verifichiamo, gratuitamente, quali bandi, contributi e forme di finanziamento a fondo perduto sono disponibili per il vostro progetto. Va fatto per primo perché può cambiare la convenienza dell'intera operazione, e perché molte scadenze non aspettano.
- Scelta dello standard e del livello, guardando i mercati di sbocco e le formule reali. Su una gamma ampia la scelta giusta è spesso mista: alcune referenze a livello biologico, altre a livello naturale.
- Analisi delle formule, ingrediente per ingrediente: ogni voce dell'INCI si confronta con le liste positive, si classifica e si calcolano le percentuali. È qui che si capisce se il traguardo è a due passi o richiede di rimettere mano alla chimica.
- Riformulazione, dove serve. È la parte più sottovalutata: conservanti, emulsionanti, tensioattivi e fragranze sono quelli che più spesso vanno sostituiti, e ogni sostituzione riapre stabilità, challenge test e compatibilità con il contenitore.
- Filiera e documenti: certificati biologici dei fornitori in validità, schede tecniche, dichiarazioni sull'assenza di OGM e tracciabilità dei lotti.
- Imballaggio e piano ambientale: materiali esclusi, indicatori richiesti per ogni unità di vendita, piano di gestione ambientale e dei rifiuti.
- Etichette e dichiarazioni: marchio nella forma prevista, percentuali con l'arrotondamento corretto, controllo di ogni claim rispetto al Regolamento 655/2013 e alle nuove regole sulle asserzioni ambientali.
- Scelta dell'organismo fra quelli effettivamente autorizzati per lo standard scelto, e domanda di certificazione.
- Verifica documentale e ispezione in stabilimento, gestione dei rilievi, emissione del certificato e verifiche periodiche di mantenimento.
I tempi: per un'azienda di dimensioni medie con una ISO 9001 già attiva servono dai quattro ai sei mesi. Se le formule vanno riscritte, i tempi non li detta la documentazione ma il laboratorio: stabilità e prove di sfida hanno una durata propria che non si comprime.
Come si incastra con gli altri schemi
- ISO 22716 — le buone pratiche di fabbricazione dei cosmetici: riguarda come si produce, non che cosa c'è dentro. Complemento naturale della certificazione bio, non alternativa.
- Certificazione biologica alimentare — per chi produce anche alimenti o parte da una filiera agricola propria: è lo stesso Regolamento 2018/848 che certifica la materia prima poi usata in formula.
- Certificazione vegan — domanda diversa: un cosmetico biologico può contenere cera d'api e non essere vegano, un cosmetico vegano può essere interamente di sintesi. I due marchi si sommano.
- RSPO — l'olio di palma e i suoi derivati sono ovunque nella cosmesi, spesso sotto nomi che non lo lasciano sospettare.
- IFS HPC e kosher e halal — il primo è lo standard che la distribuzione europea chiede per i prodotti per la casa e la cura della persona; i secondi sono requisiti di export verso il Golfo e il Sud-Est asiatico.
Quanto costa certificare una linea di cosmetici biologici
Non esiste un listino, e chi vi dà una cifra al telefono senza aver visto le formule la sta indovinando. Il costo si compone di due voci separate: quanto chiede l'organismo di certificazione, che segue le regole del proprio schema e non si contratta, e la consulenza. Sul primo pesano il numero di referenze e di formule, gli stabilimenti, la produzione conto terzi e le ispezioni previste dal ciclo. Sul secondo pesa una sola cosa: quante formule vanno riscritte. Una gamma già costruita con materie prime conformi si porta alla verifica in poche settimane di lavoro; una gamma da riformulare è un progetto di laboratorio.
Come si forma quel numero e come si sceglie l'organismo lo abbiamo scritto per esteso: quanto costa certificarsi. Per la vostra situazione serve un numero vero: richiedete un preventivo indicando quante referenze avete, dove producete e quali certificazioni sono già attive.
Come lavoriamo
Non rilasciamo certificati e non potremmo: li emette sempre un organismo terzo autorizzato. Noi facciamo il lavoro che sta prima e intorno. Leggiamo le formule contro le liste positive e calcoliamo le percentuali prima che vi impegniate con un organismo, perché è lì che si scopre se il progetto sta in piedi; ricostruiamo la documentazione di filiera, seguiamo imballaggio e piano ambientale, rivediamo etichette e dichiarazioni, vi accompagniamo all'ispezione e restiamo dopo, perché il mantenimento è annuale e un fornitore che perde il proprio certificato biologico è un problema che si scopre in verifica. Dove serve teniamo insieme i piani che si toccano: GMP, fascicolo informativo, notifica al CPNP e revisione dei claim. L'elenco completo delle schede è nella pagina di tutte le certificazioni.
Gli errori che allungano i tempi
Sono sempre gli stessi quattro.
Avviare il percorso senza verificare la formula. Se gli ingredienti non permettono di raggiungere le soglie, il lavoro si ferma a metà.
Scegliere lo schema senza guardare il mercato. Sono marchi privati: quello che vale per una catena o un Paese non vale automaticamente altrove.
Trascurare i certificati dei fornitori. La certificazione del prodotto finito poggia su quella delle materie prime: se manca a monte, manca a valle.
Cercare i contributi a percorso avviato. I bandi hanno finestre e regole sull’avvio delle spese: chiederli dopo aver firmato significa quasi sempre perderli.
Dove operiamo
Lavoriamo dalle nostre quattro sedi — Milano, Bologna, Roma e Brescia — e seguiamo aziende cosmetiche e contoterzisti in tutta Italia. Lo stabilimento si visita per separazioni e pulizia; analisi delle formule, documentazione dei fornitori, revisione delle etichette e ricerca dei bandi si costruiscono da remoto.
Domande frequenti
Esiste una certificazione biologica di legge per i cosmetici?
No. Il Regolamento (UE) 2018/848 riguarda i prodotti agricoli, l'acquacoltura e l'apicoltura, e il cosmetico finito non rientra nel suo ambito: per questo il logo europeo con la foglia verde su un cosmetico non può comparire. Si certificano su standard privati come COSMOS e NATRUE, verificati da organismi terzi.
Che differenza c'è fra COSMOS ORGANIC e COSMOS NATURAL?
Il contenuto biologico. COSMOS ORGANIC chiede almeno il 95% di biologico sugli ingredienti agricoli fisicamente trasformati e almeno il 20% sul prodotto totale, con soglia al 10% per i prodotti a risciacquo, per quelli acquosi non emulsionati e per quelli con almeno l'80% di minerali. COSMOS NATURAL rispetta le stesse liste e gli stessi divieti ma non impone contenuto biologico minimo.
Posso scrivere «naturale al 98%» se ho fatto il calcolo secondo la ISO 16128?
Il calcolo è legittimo, ma resta un'autodichiarazione: la ISO 16128 è una linea guida, non fissa soglie, non prevede verifica di parte terza e non ha un marchio. Non si scrive mai «certificati ISO 16128», e dal 27 settembre 2026 presentare quella percentuale come un marchio di sostenibilità ricade fra le pratiche vietate.
La certificazione biologica sostituisce le buone pratiche di fabbricazione e il fascicolo di prodotto?
No, sono piani diversi: il Regolamento (CE) 1223/2009 continua a chiedere la persona responsabile, la valutazione della sicurezza, il fascicolo informativo, la notifica al CPNP e il rispetto delle GMP.
Anche i detergenti per la casa si possono certificare biologici?
Non con COSMOS, che si applica ai cosmetici e alle materie prime per cosmetici. Le strade sono i disciplinari dedicati, come l'Eco Bio Detergenza di ICEA, oppure l'Ecolabel UE, che però è un marchio ambientale e non una certificazione biologica.
Il mio ente certificatore del biologico alimentare può certificarmi COSMOS?
Solo se compare nell'elenco degli organismi autorizzati pubblicato da COSMOS-standard AISBL, che sono una dozzina nel mondo: fra quelli con sede in Italia c'è ICEA. Diversi enti italiani molto noti nel biologico alimentare non lo sono, quindi il nome va verificato in quell'elenco prima di firmare.
Quanto tempo serve per certificarsi?
Per un'azienda di dimensioni medie con una ISO 9001 già attiva, dai quattro ai sei mesi. Se le formule vanno riscritte i tempi li detta il laboratorio: stabilità e prove di sfida hanno una durata propria e non si accorciano.
Quanto costa certificare una linea di cosmetici biologici?
Non esiste un listino: il costo si compone della quota dell'organismo, che segue regole proprie, e della consulenza, che dipende quasi interamente da quante formule vanno riformulate. Come si forma quel numero lo abbiamo scritto in quanto costa certificarsi; per la vostra situazione richiedete un preventivo.
Esistono contributi o finanziamenti per certificarsi?
Capita spesso che bandi, contributi camerali e misure per l'internazionalizzazione coprano una parte rilevante della spesa. La ricerca la facciamo noi, gratuitamente e prima di iniziare. Non promettiamo l'esito: dipende dal bando e dalla graduatoria.
Un cliente vi chiede la «certificazione bio»?
Mandateci l'elenco delle referenze e gli INCI: vi diciamo su quale standard siete già vicini al traguardo, quali formule vanno toccate e in quanto tempo si arriva all'ispezione. La prima analisi non ha alcun costo e non vi impegna a nulla.
Lascia il tuo numero:
ti richiamiamo subito.
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Quanto costa certificarsi: come si forma il prezzo
In sintesi
- Schemi volontari: nessuno è imposto da una legge
- Per i cosmetici non esiste una definizione europea di biologico o naturale
- Il Reg. (UE) 2018/848 copre l'ingrediente agricolo, non il cosmetico finito
- La foglia verde europea su un cosmetico non può comparire
- I due standard di riferimento sono COSMOS e NATRUE
- La ISO 16128 è una linea guida: non è certificabile
- Non sostituisce GMP, fascicolo di prodotto e notifica CPNP
- Con ISO 9001 attiva: quattro-sei mesi, salvo riformulazioni
Le soglie COSMOS in breve
- Versione in vigore: v4.2 dal 1° settembre 2025
- ORGANIC: almeno 20% di biologico sul prodotto totale
- ORGANIC: 10% per risciacquo, acquosi non emulsionati, almeno 80% minerali
- ORGANIC: almeno 95% sugli ingredienti agricoli fisicamente trasformati
- NATURAL: nessuna soglia di contenuto biologico
- Porzioni petrolchimiche: massimo 2% del prodotto finito
