Certificazione RSPO

Olio di palma sostenibile: i quattro modelli di catena di fornitura, e perché la certificazione non basta per l'EUDR

Su questa pagina si arriva per una di due ragioni. La prima: un cliente — spesso la grande distribuzione, spesso un grande gruppo dolciario — ha messo nel capitolato la richiesta di olio di palma certificato RSPO. La seconda, nuova e molto più urgente, è il regolamento europeo sulla deforestazione, che dal dicembre 2026 riguarda anche l'olio di palma: qualcuno in azienda ha detto che «con l'RSPO siamo a posto», e prima di crederci conviene leggere.

La risposta alla seconda è no, e lo dice per prima la RSPO. La risposta alla prima è che quasi certamente non vi serve la certificazione di cui avete sentito parlare: chi non coltiva palme da olio — cioè qualunque azienda italiana — ha bisogno della certificazione di catena di fornitura, uno standard diverso, con audit e costi diversi.

L'equivoco che nel 2026 costa di più

«Compriamo solo olio di palma RSPO, quindi siamo conformi al regolamento sulla deforestazione.» È falso, e non lo diciamo noi: sulla pagina dedicata all'EUDR la RSPO scrive che la certificazione non sostituisce la responsabilità dell'operatore in materia di dovuta diligenza e che non ci si può affidare alla sola certificazione per dimostrare la conformità.

Lo dice anche il regolamento: all'articolo 10 i sistemi di certificazione e di verifica di parte terza sono uno degli elementi della valutazione del rischio, e non sostituiscono la responsabilità dell'operatore. La dichiarazione la firma l'azienda, e davanti all'autorità competente risponde l'azienda.

Che cosa facciamo, in concreto

Vi portiamo dal punto in cui siete al certificato di catena di custodia, e come su ogni catena di custodia la prima decisione è il modello: identità preservata, segregato, bilancio di massa o crediti. Determina che cosa potrete scrivere sul prodotto e quanto lavoro serve in produzione, e sceglierlo dopo significa rifare il sistema. Il lavoro vero è sul legame fra acquisti certificati e vendite dichiarate, documentato e quadrato. Non certifichiamo noi: il certificato lo rilascia un organismo accreditato dallo schema. E prima di cominciare cerchiamo i bandi a fondo perduto e i contributi attivi su filiere e acquisti sostenibili.

Il nostro intervento, in sei passi
Passo 1Scelta del modello. Identità preservata, segregato, bilancio di massa o crediti: determina claim e carico di lavoro.
Passo 2Verifica dei fornitori. Certificati validi, quantità disponibili e documenti commerciali corretti: si controlla prima di acquistare.
Passo 3Bandi e contributi. Cerchiamo i finanziamenti a fondo perduto e i contributi attivi su filiere e acquisti sostenibili.
Passo 4Sistema e bilanci. Ricevimento, produzione, bilancio dei volumi e vendita, con il legame fra entrata e uscita sempre dimostrabile.
Passo 5Claim ed etichetta. Regole d’uso del marchio e formulazione del claim, verificate prima della stampa.
Passo 6Certificazione e mantenimento. Vi affianchiamo in audit e nelle sorveglianze, e teniamo aggiornati bilanci e qualifica dei fornitori.
Il modello a crediti costa meno ma consente claim diversi: prima di sceglierlo va verificato che cosa accetta il vostro cliente.

Che cos'è l'RSPO, e che cosa non è

RSPO sta per Roundtable on Sustainable Palm Oil: un'associazione senza scopo di lucro che riunisce coltivatori, trasformatori, commercianti, industrie utilizzatrici, distributori, banche e organizzazioni non governative, e che pubblica standard privati su cui organismi terzi rilasciano certificati. Da qui tre conseguenze, che sono la fonte di metà degli equivoci.

  • Non è una norma ISO. È uno schema proprietario, scritto e revisionato dai propri soci in assemblea generale.
  • Non è una legge, ed è volontaria. Nessuna norma obbliga a certificarsi RSPO: chi lo chiede è il mercato, il che non la rende meno vincolante quando finisce in un capitolato.
  • Non dice nulla sul prodotto. Non è un marchio biologico né di qualità merceologica: dice come l'olio è stato coltivato e movimentato.

Gli audit non li svolge la RSPO: li svolgono organismi di certificazione terzi, accreditati da ASI — Assurance Services International.

Due standard diversi: chi coltiva e chi trasforma

È il primo bivio, e sbagliarlo significa chiedere il preventivo per la cosa sbagliata.

I Principi e Criteri (P&C) si applicano a chi coltiva palme da olio e ai frantoi: divieto di conversione di foreste e torbiere, diritti delle comunità locali e dei lavoratori, gestione agronomica. L'edizione in vigore è quella del 2024, adottata dalla 21ª Assemblea generale il 13 novembre 2024 insieme allo standard per i piccoli produttori indipendenti. L'entrata in vigore obbligatoria è stata rinviata da una risoluzione della 22ª Assemblea generale del 5 novembre 2025 al 31 maggio 2026: dal 1° giugno 2026 tutti gli audit si svolgono sulla nuova edizione, e il criterio è la data della riunione di apertura dell'audit, non quella del certificato.

Il Supply Chain Certification Standard (SCCS) si applica a chi sta a valle: raffinerie, frazionatori, produttori di ingredienti e semilavorati, industrie alimentari, dolciarie e cosmetiche, mangimifici, confezionatori. L'edizione in vigore è quella del 2020 (RSPO-STD-T05-001 V2), approvata dal Consiglio dei Governatori il 1° febbraio 2020, con obbligo di audit sulla nuova edizione dal 1° febbraio 2021. La revisione periodica è in corso dal 10 febbraio 2025: la prima consultazione pubblica si è chiusa il 14 maggio 2026 e l'approvazione è attesa per settembre 2026. Chi avvia oggi un progetto si certifica sull'edizione 2020, sapendo che una revisione sta arrivando.

Chi deve certificarsi e chi no

Lo standard di catena di fornitura si applica a chi acquisisce la proprietà giuridica del prodotto certificato e lo maneggia fisicamente nei propri siti. Restano fuori i dettaglianti e i grossisti di prodotti finiti, quando non intervengono in alcun modo sul prodotto. Commercianti e distributori che rispondono alla definizione dello standard non hanno bisogno del certificato ma di una licenza del Segretariato RSPO.

Regime alleggerito per i micro utilizzatori, chi impiega meno di 1.000 kg all'anno di derivati della palma da olio: la sorveglianza può essere svolta da remoto.

I quattro modelli di catena di fornitura

È il punto che confonde più aziende, e decide sia il prezzo della materia prima sia quello che potrete scrivere in confezione. I primi tre comportano un flusso fisico di olio certificato e corrispondono ai tre moduli dello standard; il quarto no.

ModelloChe cosa consenteChe cosa si può dichiarare
Identity Preserved
identità preservata — modulo A
Olio da una sola fonte certificata identificabile, separato da quello ordinario lungo tutta la filiera.Etichetta «CERTIFIED»: almeno il 95% del contenuto di olio di palma certificato IP.
Segregated
segregato — modulo B
Olio da più fonti certificate, miscelabili fra loro, ma separato da quello ordinario.Etichetta «CERTIFIED»: almeno il 95% del contenuto certificato SG.
Mass Balance
bilancio di massa — modulo C
Certificato e ordinario possono essere mescolati: il controllo è contabile e verifica che i volumi venduti come certificati non superino quelli acquistati come tali.Etichetta «MIXED»: almeno il 95% certificato MB, e formule come «contribuisce alla produzione di olio di palma certificato RSPO».
Book & Claim
crediti RSPO
Nessun olio certificato entra in azienda: si acquistano crediti dai produttori certificati sulla piattaforma RSPO.Etichetta «CREDITS»: il 100% degli ingredienti a base di palma coperto da crediti, e formule come «sostiene la produzione di olio di palma sostenibile certificato».

La differenza fra i primi due e il terzo è industriale prima che documentale: identità preservata e segregazione impongono serbatoi, linee e magazzini che non facciano mai incontrare certificato e non certificato, ed è un costo vero. Il bilancio di massa non lo impone, ed è per questo il più diffuso. Il Book & Claim è il più economico e il più debole come messaggio: se il capitolato dice «segregato», i crediti non lo soddisfano. E la quota residua fino al 5% ammessa nei modelli fisici non è una tolleranza gratuita: va coperta acquistando crediti.

Che cosa si può dichiarare in etichetta

Il marchio in confezione è la ragione per cui molte aziende affrontano tutto il percorso, ed è il punto in cui si commettono gli errori più costosi, perché si scoprono a stampa avvenuta. Non basta comprare olio certificato per poterlo dire: secondo le regole RSPO sulle comunicazioni di mercato, solo i soci che hanno la certificazione di catena di fornitura, o che hanno superato l'audit da remoto previsto, possono apporre dichiarazioni sulle confezioni. E l'etichetta dipende dal modello, con le soglie della tabella qui sopra: la distinzione fra «CERTIFIED», «MIXED» e «CREDITS» è ciò che il consumatore non coglie e che il cliente industriale legge con attenzione.

Volumi e crediti si registrano su prisma, che dal 2 febbraio 2025 ha sostituito PalmTrace.

Chi la chiede in Italia, e perché

  • Industria alimentare e dolciaria: creme spalmabili, biscotti, snack, prodotti da forno, gelateria. È il settore più maturo, e non essere certificati esclude da interi canali.
  • Cosmetica e detergenza: gran parte dei tensioattivi e degli emulsionanti deriva da palma e palmisto, attraverso catene di derivati lunghe e opache. Qui la tracciabilità a monte è il problema più difficile.
  • Oleochimica: chi produce acidi grassi, glicerina, esteri e alcoli grassi riceve la richiesta a valle e la gira ai propri fornitori.
  • Mangimistica, per i sottoprodotti della lavorazione del palmisto.
  • La grande distribuzione, il vero motore: sulle linee a marchio del distributore la certificazione non è marketing ma condizione di accesso alla commessa.

Secondo l'Unione Italiana per l'Olio di Palma Sostenibile, a luglio 2024 il 95% dell'olio di palma impiegato dall'industria alimentare italiana era certificato RSPO e l'Italia era il terzo Paese europeo per numero di soci RSPO. Nel settore alimentare, non essere certificati vi mette fuori mercato prima ancora che fuori norma.

Che cosa chiede lo standard, punto per punto

Chi arriva dal mondo ISO trova un impianto più snello e più concreto:

  • Scelta e dichiarazione del modello per ogni sito e per ogni prodotto: un sito può gestirne di diversi, ma deve saperlo dimostrare.
  • Procedure documentate per ricevimento, stoccaggio, lavorazione, spedizione e registrazione dei volumi, con ruoli assegnati per iscritto.
  • Verifica dei fornitori: certificati per il modello dichiarato, con documenti di trasporto e fatture che riportino le informazioni richieste.
  • Bilancio dei volumi: quanto materiale certificato è entrato e quanto ne è uscito come tale, con i fattori di conversione delle lavorazioni. È il cuore dell'audit e dove si trovano più rilievi.
  • Separazione fisica, quando il modello la richiede: serbatoi dedicati, bonifica delle linee, identificazione dei lotti.
  • Formazione del personale di magazzino, produzione e amministrazione: la catena si rompe quasi sempre su una bolla registrata male, non su una procedura scritta male.

Il nodo del 2026: il regolamento europeo sulla deforestazione

Il regolamento (UE) 2023/1115 sui prodotti a deforestazione zero, che tutti chiamano EUDR, riguarda sette materie prime: bovini, cacao, caffè, palma da olio, gomma, soia e legno, con i prodotti che le contengono. Chi le immette sul mercato dell'Unione, le mette a disposizione o le esporta deve svolgere una dovuta diligenza in tre passaggi: raccogliere le informazioni — comprese le coordinate di geolocalizzazione degli appezzamenti —, valutare il rischio che il prodotto non sia a deforestazione zero o non sia stato prodotto legalmente, e attenuarlo finché non diventa trascurabile. Poi si presenta la dichiarazione di dovuta diligenza nel sistema informativo della Commissione.

Le date sono state rinviate più volte, ed è il punto su cui circolano più informazioni sbagliate. Il calendario in vigore è quello fissato dal regolamento (UE) 2025/2650, che ha modificato l'articolo 38 del regolamento base:

  • 30 dicembre 2026 per operatori e commercianti che non sono micro o piccole imprese;
  • 30 giugno 2027 per le persone fisiche, le microimprese e le piccole imprese costituite entro il 31 dicembre 2024, salvo i prodotti già coperti dal precedente regolamento sul legname, per i quali resta dicembre 2026.

Nella relazione COM(2026) 191 del 4 maggio 2026 la Commissione europea ha fatto il punto sulle semplificazioni e ha dichiarato di non ritenere opportuno proporre ulteriori modifiche al testo: chi aspetta un altro rinvio sta facendo una scommessa, non una scelta di conformità. Il regolamento di modifica ha introdotto anche la figura dell'operatore a valle, e per molte aziende italiane che comprano da un importatore europeo la distinzione conta: la dichiarazione la presenta chi immette per primo il prodotto sul mercato dell'Unione, ma questo non azzera gli obblighi di chi sta a valle.

Perché l'RSPO non vi mette in regola con l'EUDR

La certificazione è uno strumento utile: su prisma la RSPO ha costruito la raccolta e il trasferimento lungo la filiera delle informazioni richieste dal regolamento, geolocalizzazioni comprese. Ma utile non vuol dire sufficiente, e la RSPO stessa ha pubblicato un'analisi degli scostamenti.

Dove i due impianti non coincidono
  • La data di riferimento è diversa. Il regolamento fissa il 31 dicembre 2020; l'RSPO usa date proprie, precedenti. Un'area conforme all'RSPO può non esserlo all'EUDR.
  • La definizione di foresta è diversa. Il regolamento adotta quella quantitativa della FAO; la RSPO un approccio qualitativo HCS-HCV, valutato sito per sito.
  • Le esenzioni non coincidono. Lo schema RSPO prevede regimi particolari per i Paesi ad alta copertura forestale; il regolamento non li prevede.
  • La legalità viaggia diversamente. Il regolamento impone che l'informazione sulla legalità sia trasmessa lungo la catena di fornitura; lo schema RSPO, per sua struttura, non lo fa allo stesso modo.

La conclusione è una sola: la certificazione alimenta la dovuta diligenza, non la sostituisce. Chi è certificato parte avanti, perché ha fornitori mappati e volumi tracciati, ma deve comunque costruire il proprio sistema di dovuta diligenza e, se è il primo a immettere il prodotto sul mercato dell'Unione, presentare la dichiarazione. Lo stesso vale per le altre catene di custodia toccate dal regolamento: FSC e Rainforest Alliance.

E l'EUDR non è l'unico obbligo che il certificato non copre: riconoscimento sanitario, autocontrollo HACCP, etichettatura, materiali a contatto, disciplina dei cosmetici e sicurezza sul lavoro restano vostri. Se ne occupa la nostra consulenza per il settore alimentare.

Come si arriva al certificato

  1. Ricerca di bandi e finanziamenti. Prima di ogni altra cosa verifichiamo, gratuitamente, quali bandi, contributi e forme di finanziamento a fondo perduto sono disponibili per il vostro progetto. Va fatto per primo perché può cambiare la convenienza dell'intera operazione, e perché molte scadenze non aspettano.
  2. Lettura della richiesta del cliente e definizione del perimetro: siti, prodotti e modello per ciascuno. È la decisione che pesa di più sul costo industriale.
  3. Adesione all'RSPO come socio e apertura del profilo sulla piattaforma prisma.
  4. Analisi degli scostamenti fra quello che già fate e i requisiti, riusando procedure e registrazioni.
  5. Costruzione del sistema — procedure, fattori di conversione, bilancio dei volumi, regole sui documenti — e formazione del personale coinvolto.
  6. Scelta dell'organismo di certificazione, audit e chiusura dei rilievi; poi la richiesta della licenza d'uso del marchio, prima di mandare in stampa qualunque confezione.
  7. Mantenimento: audit periodici, aggiornamento delle transazioni e sorveglianza sul bilancio dei volumi.

Per un'azienda di dimensioni medie con una ISO 9001 già attiva servono in genere dai quattro ai sei mesi. Chi sceglie il bilancio di massa e ha già una rintracciabilità solida sta nella parte bassa; chi deve riorganizzare serbatoi e magazzino per la segregazione, nella parte alta.

Come si incastra con gli altri schemi

Le altre catene di custodia hanno la stessa architettura: FSC e PEFC per carta, cartone e imballaggi, Rainforest Alliance — l'ex UTZ — per cacao, caffè e tè. Chi produce una tavoletta di cioccolato incartata può ritrovarsi a gestirne tre insieme: separarle in tre progetti è uno spreco.

Gli schemi di sicurezza alimentare — ISO 22000, FSSC 22000, BRCGS e IFS Food — non certificano sostenibilità, ma chiedono già rintracciabilità, qualifica dei fornitori e gestione dei lotti; a maggior ragione la ISO 22005. La ISO 14001 è il posto giusto dove far vivere gli acquisti responsabili e la sorveglianza sugli obblighi ambientali, EUDR compreso. L'elenco completo è su tutte le certificazioni.

Quanto costa la certificazione RSPO

Non esiste un listino, e chi vi dà una cifra al telefono senza aver visto nulla la sta indovinando. Il costo si compone di voci separate e di natura diversa: quota associativa RSPO, giornate dell'organismo di certificazione, costi ricorrenti legati alle transazioni e all'eventuale acquisto di crediti, differenziale sulla materia prima — che dipende dal modello ed è spesso la voce più pesante, perché ricorrente e non di progetto — e consulenza. Come si forma quel numero lo abbiamo scritto per esteso: quanto costa certificarsi.

Per la vostra situazione serve un numero vero: richiedete un preventivo indicando siti, prodotti, volumi annui, modello richiesto dal cliente e certificazioni già attive.

Come lavoriamo

Qui arrivano soprattutto aziende con una richiesta in mano e poco tempo per rispondere. La prima cosa utile che possiamo fare è leggere il capitolato e dirvi che cosa chiede davvero: spesso chiede la certificazione dei coltivatori a chi non coltiva, oppure non specifica il modello, che è l'unica cosa che conta per il prezzo. Da lì si lavora sul concreto: perimetro, modello, riuso di quello che avete già, costi ricorrenti sulla materia prima e verifica separata rispetto all'EUDR. Assistiamo l'azienda anche durante l'audit.

Gli errori che allungano i tempi

Sono sempre gli stessi quattro.

Scegliere il modello dopo aver iniziato. Cambiarlo significa rifare registrazioni, bilanci e a volte le grafiche già stampate.

Comunicare più di quello che il modello garantisce. Con il bilancio di massa non si dice che il prodotto contiene quel materiale: è la contestazione più facile da prendere.

Non controllare la validità dei certificati a monte. Scadono e vengono sospesi: un acquisto sbagliato rompe la catena e il bilancio non torna.

Cercare i contributi a percorso avviato. I bandi hanno finestre e regole sull’avvio delle spese: chiederli dopo aver firmato significa quasi sempre perderli.

Dove operiamo

Lavoriamo dalle nostre quattro sedi — Milano, Bologna, Roma e Brescia — e seguiamo aziende della trasformazione alimentare e cosmetica in tutta Italia. Lo stabilimento si visita, perché il legame fra entrata e uscita si verifica dove il materiale si movimenta. Bilanci, documenti e ricerca dei bandi si gestiscono da remoto.

Domande frequenti

La certificazione RSPO è obbligatoria?
No: è uno schema volontario, nessuna legge la impone. La chiedono i capitolati della grande distribuzione e dei grandi gruppi industriali: obbligatoria di fatto, non di diritto.

Essere certificati RSPO basta per il regolamento europeo sulla deforestazione?
No. La RSPO stessa dichiara che la certificazione non sostituisce la responsabilità dell'operatore in materia di dovuta diligenza: geolocalizzazione, valutazione del rischio e dichiarazione restano obblighi vostri.

Quale delle due certificazioni RSPO mi serve?
Se non coltivate palme da olio, vi serve la certificazione di catena di fornitura, non i Principi e Criteri. Sono standard diversi, con audit e costi diversi.

Che differenza c'è fra segregato, bilancio di massa e crediti?
Nel segregato entra solo olio certificato, tenuto separato da quello ordinario; nel bilancio di massa i due possono essere mescolati e il controllo è contabile; con i crediti non entra alcun olio certificato. Cambiano costo, organizzazione dello stabilimento ed etichetta.

Posso mettere subito il marchio RSPO sulle confezioni?
No. Le dichiarazioni in confezione sono riservate ai soci RSPO certificati per la catena di fornitura o che hanno superato l'audit previsto, e vanno rispettate le soglie del modello scelto.

Sono un dettagliante o un grossista: devo certificarmi?
Se vendete prodotti finiti senza intervenire in alcun modo sul prodotto, lo standard non chiede la certificazione. Commercianti e distributori che rientrano nella definizione dello standard hanno bisogno di una licenza del Segretariato RSPO anziché di un certificato.

Esistono contributi o finanziamenti per certificarsi?
Sì, e spesso coprono una parte rilevante della spesa: bandi camerali, misure regionali e strumenti nazionali si alternano nell'anno. La ricerca la facciamo noi, gratuitamente, prima di avviare il progetto. L'esito dipende dal bando e dalla graduatoria: non lo garantisce nessuno.

Esistono contributi per certificarsi?
Sì, e cambiano di continuo: bandi camerali, misure regionali, contributi di filiera e agevolazioni nazionali si aprono e si chiudono nell’arco di poche settimane. Li cerchiamo noi all’inizio del percorso e vi diciamo che cosa è aperto, che cosa copre e con quali scadenze. Una regola vale quasi sempre: i bandi non ammettono spese avviate prima della domanda, quindi la verifica va fatta prima di firmare, non dopo.

Un cliente vi chiede olio di palma certificato RSPO?

Diteci che cosa producete, quali siti sono coinvolti e che cosa chiede esattamente il capitolato — in particolare quale modello di catena di fornitura: basta per capire che cosa vi serve davvero e a che cosa andate incontro con l'EUDR. La prima analisi non ha alcun costo e non vi impegna a nulla.

Richiedi un preventivo

Lascia il tuo numero:
ti richiamiamo subito.

Oppure chiamaci ora: 02 4975 8283

Quanto costa certificarsi: come si forma il prezzo

In sintesi

  • Schema volontario: nessuna legge lo impone, ma molti capitolati sì.
  • Non è una norma ISO: è uno standard privato multi-stakeholder.
  • Due standard distinti: P&C per chi coltiva, SCCS per chi trasforma e commercia.
  • A un'azienda italiana serve quasi sempre la catena di fornitura.
  • Quattro modelli: identità preservata, segregato, bilancio di massa, crediti.
  • L'etichetta cambia con il modello: CERTIFIED, MIXED, CREDITS.
  • Le dichiarazioni in confezione sono riservate ai soci certificati.
  • Non sostituisce la conformità all'EUDR.

Le edizioni in vigore

  • P&C 2024: adottati il 13 novembre 2024 dalla 21ª Assemblea generale.
  • Entrata in vigore obbligatoria rinviata al 31 maggio 2026 da una risoluzione della 22ª Assemblea generale del 5 novembre 2025.
  • Dal 1° giugno 2026 tutti gli audit si svolgono sui P&C 2024.
  • SCCS 2020 (RSPO-STD-T05-001 V2): approvato il 1° febbraio 2020, audit obbligatori dal 1° febbraio 2021.
  • Revisione dell'SCCS in corso: approvazione attesa per settembre 2026.
  • Piattaforma prisma dal 2 febbraio 2025, al posto di PalmTrace.

Scadenze EUDR

  • Regolamento (UE) 2023/1115, modificato dal regolamento (UE) 2025/2650.
  • Fra i prodotti interessati c'è la palma da olio.
  • 30 dicembre 2026: operatori e commercianti che non sono micro o piccole imprese.
  • 30 giugno 2027: persone fisiche, microimprese e piccole imprese costituite entro il 31 dicembre 2024.
  • Nella relazione COM(2026) 191 del 4 maggio 2026 la Commissione non propone ulteriori rinvii.

Pagine collegate