MOCA sta per materiali e oggetti a contatto con gli alimenti: tutto ciò che tocca il cibo lungo la filiera, dal film alla vaschetta, dal nastro trasportatore al guanto, fino alle attrezzature di cucina. Non è una certificazione, ed è il primo equivoco da sciogliere: è un obbligo di legge, con norme europee e italiane, notifica all’autorità e sanzioni per chi non è in regola.
Riguarda molti più soggetti di quanti pensino di essere coinvolti: produttori, importatori, distributori, e anche l’azienda alimentare che quei materiali li usa e deve conservarne le dichiarazioni di conformità. Il punto in cui si sbaglia più spesso sta a monte: nessuno ha mai messo per iscritto che cosa tocca l’alimento, in quale fase, per quanto tempo e a quale temperatura.
Che cosa facciamo, in concreto
Qui non c’è un certificato da conquistare: c’è una posizione da mettere in regola e da tenere in regola. Il nostro lavoro comincia da una mappatura che quasi nessuno ha fatto — che cosa tocca l’alimento, in quale fase, per quanto tempo e a quale temperatura — e finisce con dichiarazioni di conformità che reggono un controllo, non con un modulo scaricato da internet.
Prima di tutto: il MOCA non è una certificazione
MOCA sta per materiali e oggetti a contatto con gli alimenti. Non è uno schema di certificazione e non esiste un certificato MOCA rilasciato da un ente: è un obbligo di legge, europeo e italiano, che riguarda chiunque produca, trasformi, importi o commercializzi qualcosa che tocca il cibo.
Lo diciamo subito perché è l’equivoco più diffuso. Quando un cliente vi chiede la certificazione MOCA, quasi sempre vi sta chiedendo la dichiarazione di conformità e le prove che la sostengono. Quello che si certifica, volendo, è il sistema con cui garantite la conformità: e lì entrano in gioco standard volontari come il BRCGS Packaging Materials, l’IFS PACsecure o la UNI EN 15593.
Chi è coinvolto
Molti più soggetti di quanti immaginino di esserlo. Non riguarda solo chi produce vaschette o film: riguarda tutta la catena.
Le norme da conoscere
Non confondetelo con il regolamento imballaggi
Dal 12 agosto 2026 si applica il Regolamento (UE) 2025/40, il cosiddetto PPWR, sugli imballaggi e i rifiuti di imballaggio. Molte aziende lo stanno confondendo con la disciplina MOCA: sono due cose diverse e vanno rispettate entrambe.
Il MOCA riguarda la sicurezza del contatto con l’alimento: che cosa può migrare dal materiale al cibo. Il PPWR riguarda la sostenibilità dell’imballaggio: riciclabilità, contenuto di riciclato, riduzione del sovraimballaggio, etichettatura ambientale. Un imballaggio può essere perfettamente conforme al MOCA e non conforme al PPWR, e viceversa.
La notifica all’autorità: l’adempimento che molti saltano
Il D.Lgs. 29/2017 chiede agli operatori del settore MOCA di comunicare all’autorità sanitaria territoriale gli stabilimenti in cui svolgono la loro attività. Serve a far entrare l’impianto nel sistema informativo nazionale per la sicurezza alimentare ed è il presupposto dei controlli.
È un adempimento semplice e a costo quasi nullo, ed è anche uno dei primi che l’organo di controllo verifica. Ce ne accorgiamo spesso: aziende con laboratori, prove di migrazione e documentazione in ordine che non avevano mai fatto la comunicazione.
La dichiarazione di conformità
È il documento che accompagna il materiale lungo la catena e trasferisce l’informazione da chi produce a chi utilizza. Non è una formalità e non è un modulo da copiare: deve dire che cosa quel materiale può fare e che cosa no.
Le sanzioni
Il D.Lgs. 29/2017 prevede sanzioni amministrative che vanno da 1.500 a 60.000 euro, e arrivano a 80.000 euro nel caso di cessione di sostanze pericolose. Gli importi vengono aggiornati periodicamente sulla base degli indici ISTAT.
C’è però un margine: per le violazioni di minore gravità è prevista la possibilità di regolarizzare entro un termine assegnato, senza sanzione. È un motivo in più per mettere in ordine la documentazione prima che arrivi il controllo, non dopo.
Come si mette in ordine una posizione MOCA
Il percorso che seguiamo è sempre lo stesso, e in genere richiede da due a cinque mesi a seconda di quanti materiali e fornitori ci sono in gioco.
Si parte da una mappatura: che cosa entra in contatto con l’alimento, in quale fase, per quanto tempo e a quale temperatura. Poi si raccolgono le dichiarazioni dei fornitori a monte e si verifica se reggono davvero, perché molte non reggono. Si definisce il piano delle prove di migrazione, si costruisce il sistema di buone pratiche di fabbricazione richiesto dal regolamento del 2006 e si scrivono le dichiarazioni verso valle. Alla fine si sistemano notifica, rintracciabilità e formazione del personale.
Chi ha già un sistema qualità o una certificazione sugli imballaggi fa metà strada in meno: gran parte dell’impianto c’è già e va solo orientato al contatto alimentare.
Quanto costa
Qui le voci sono due, ma diverse dal solito: la consulenza, cioè il lavoro per mappare, verificare e costruire il sistema, e le prove di laboratorio, che si pagano al laboratorio e non a noi. La seconda voce è quella che sorprende di più, ed è anche quella su cui si può risparmiare davvero: un piano di prove costruito sul rischio costa una frazione di un piano fatto per sicurezza su tutto.
Sulla consulenza il peso lo fanno tre cose: quanti materiali diversi avete in gioco, quanti fornitori vanno verificati e se fra questi ci sono importazioni extra UE, che richiedono un controllo molto più severo. Abbiamo spiegato per esteso come si forma il prezzo nella pagina dedicata ai costi, con lo stesso metodo che usiamo per fare i preventivi.
Gli errori che allungano i tempi
Sono sempre gli stessi quattro. Cercare un certificato che non esiste: si parte convinti di dover «prendere il MOCA» e si perde tempo a cercare un organismo. Non c’è: c’è una conformità da dimostrare.
Fidarsi delle dichiarazioni dei fornitori: molte non reggono, soprattutto quelle che accompagnano articoli importati. Una dichiarazione senza prove valide secondo le regole europee non vi protegge, vi espone.
Scrivere dichiarazioni generiche: senza condizioni d’uso — alimenti, temperature, tempi — la dichiarazione non dice nulla e in un controllo viene contestata.
Dimenticare la notifica: è l’adempimento più semplice e a costo quasi nullo, ed è uno dei primi che l’organo di controllo verifica. Vediamo spesso aziende con laboratorio e documentazione in ordine che non l’hanno mai fatta.
Dove operiamo
Seguiamo i progetti dalle nostre quattro sedi — Milano, Bologna, Roma e Brescia — e lavoriamo su tutto il territorio nazionale, in presenza per le fasi che lo richiedono e da remoto per il resto. Seguiamo sia i produttori di materiali sia le aziende alimentari e della ristorazione che li utilizzano.
Domande frequenti
Esiste un certificato MOCA?
No. Esiste la conformità, che si dimostra con documentazione e prove. Esistono invece certificazioni volontarie di sistema, come BRCGS Packaging Materials e IFS PACsecure, che rendono quella dimostrazione più solida e più spendibile con i clienti.
Siamo un ristorante o una gastronomia: ci riguarda?
Sì. Dovete usare materiali idonei e conservare le dichiarazioni di conformità di vaschette, pellicole, contenitori e attrezzature. È un controllo che l’ASL fa spesso e che è semplice superare, se la documentazione c’è.
Importiamo articoli dalla Cina.
Allora rispondete voi della conformità, come se li aveste prodotti. Una dichiarazione del fornitore estero non basta se non è supportata da prove valide secondo le regole europee: è il punto in cui vediamo il maggior numero di aziende esposte.
Ogni quanto vanno rifatte le prove di migrazione?
Non c’è una scadenza fissa uguale per tutti: dipende dal materiale, dal processo e dalle variazioni. Vanno rifatte quando cambia qualcosa nella formulazione, nel fornitore o nelle condizioni d’uso, e comunque vanno riesaminate periodicamente.
Serve una formazione specifica?
Il regolamento sulle buone pratiche di fabbricazione richiede personale competente. In pratica significa formare chi lavora sul prodotto e chi gestisce gli acquisti: sono loro a decidere ogni giorno se qualcosa è idoneo o no.
Dovete mettervi in regola?
Diteci che materiali usate o producete, con quali alimenti vanno a contatto e a quali temperature: vi diciamo quali prove servono davvero, quali dichiarazioni dei vostri fornitori non reggono e in quanto tempo si sistema.
Lascia il tuo numero:
ti richiamiamo subito.
Oppure chiamaci ora: 02 4975 8283
Quanto costa certificarsi: come si forma il prezzo
Perché Emmess su questo tema
- Partiamo dalla mappatura dei contatti: senza quella, ogni dichiarazione è scritta al buio.
- Controlliamo le dichiarazioni che vi arrivano dai fornitori, che è dove si annidano quasi tutti i problemi.
- Costruiamo il sistema di buone pratiche di fabbricazione richiesto dal regolamento (CE) 2023/2006, integrandolo con il sistema qualità che avete già.
- Vi diciamo anche quando la conformità basta e non serve una certificazione volontaria.
